Questo saggio propone una valutazione critica della cosiddetta remigrazione, collocandola nella realtà dell’Italia contemporanea, dove le migrazioni rappresentano ormai una componente strutturale. Muove dal riconoscimento dei problemi esistenti, ne analizza le cause e mette alla prova la coerenza e la praticabilità delle soluzioni proposte. L’intento è sottrarre il tema alle semplificazioni e alla contrapposizione ideologica, riportandolo su un terreno di analisi, dati e responsabilità pubblica. In gioco non vi è soltanto la gestione dei flussi migratori, ma il futuro demografico, economico e sociale del Paese. Per questo è necessario riaprire un confronto politico più serio, capace di tenere insieme realismo, rigore e disponibilità al confronto e al dialogo. Con chiarezza e determinazione, ma senza timori, scorciatoie o inutili anatemi.
1. La necessità di un confronto rigoroso
Alla fine degli anni Settanta la presenza di cittadini stranieri in Italia non superava le 250 mila persone. Da allora, il fenomeno si è progressivamente trasformato fino a diventare una componente strutturale della società italiana. È alla luce di questo lungo percorso, osservato, vissuto, studiato e approfondito da molti operatori sociali, ricercatori e studiosi, che oggi si impone una valutazione attenta e rigorosa della proposta politica della cosiddetta remigrazione. Non rifiutandola a priori, ma valutandone criticamente i contenuti e comprendendone le motivazioni politiche e il consenso che possono suscitare, anche qualora quest’ultimo dovesse rivelarsi limitato.
Il punto di partenza deve essere chiaro. Questa proposta — a prescindere dal termine utilizzato, che risulta in sé fuorviante perché tende a semplificare e rendere “a senso unico” una realtà molto più complessa — non può essere ignorata né liquidata con superficialità. Essa intercetta una domanda reale di governo, ordine e prevedibilità che negli ultimi decenni è rimasta in larga parte insoddisfatta. Va quindi affrontata e discussa senza timori, scorciatoie o inutili anatemi.
Al tempo stesso, tuttavia, non può essere taciuto un elemento di contesto che incide profondamente sulla sua valutazione. Non ci troviamo di fronte a una proposta neutra, elaborata come ordinario tentativo di riforma legislativa. In questo caso, sarebbe stata depositata alla Camera o al Senato. Siamo invece davanti a un testo che nasce e viene diffuso come strumento di mobilitazione politica, con una evidente funzione identitaria e propagandistica. In una parte dei soggetti che lo promuovono emergono inoltre impostazioni culturali e politiche che, per linguaggi, riferimenti e argomentazioni, richiamano visioni preconcette dell’alterità, talvolta segnate da una lettura rigidamente identitaria della società e della dinamica demografica in chiave di “sostituzione”; e nei casi più espliciti, da posizioni riconducibili a orientamenti xenofobi o a forme di discriminazione etnica e culturale.
Questo dato non consente di squalificare automaticamente ogni contenuto della proposta, ma impone una vigilanza critica particolarmente attenta e rafforza l’esigenza di riportare il confronto sul terreno del ragionamento, dei dati e della responsabilità pubblica. Proprio perché alcune delle questioni sollevate intercettano elementi reali di disagio e di percezione diffusa, si rende necessario un esame puntuale, capace di distinguere tra problemi reali e l’adeguatezza delle soluzioni proposte per affrontarli, evitando sia la rimozione del problema sia la sua semplificazione.
2. La proposta di remigrazione e il relativo progetto di legge
Per comprendere adeguatamente il dibattito è necessario richiamare i contenuti della proposta di legge di iniziativa popolare, denominata “Remigrazione e Riconquista”, e il significato che i proponenti attribuiscono a questi stessi termini. Nel testo normativo, la remigrazione è definita in modo esplicito come “rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paesi di origine”. Si tratta dunque, sul piano giuridico, di una misura che riguarda soggetti regolarmente soggiornanti e che si configura come programma pubblico incentivato. Il termine riconquista, invece, non è oggetto di una definizione tecnica altrettanto puntuale, ma esprime chiaramente l’impostazione generale della proposta, riferita a una riacquisizione di controllo da parte dello Stato sulla dinamica migratoria, in termini di sovranità, sicurezza, composizione demografica e indirizzo delle politiche pubbliche.
Due assi orientano l’intero impianto normativo. In primo luogo, il primato della sovranità statale, della sicurezza pubblica e del controllo dei flussi migratori, accompagnato dalla negazione dell’esistenza di un diritto soggettivo alla migrazione. In secondo luogo, il rafforzamento delle misure di contrasto e sanzionatorie, con un ampliamento degli strumenti repressivi e patrimoniali. A partire da queste premesse, il progetto di legge si configura come un intervento organico, sintetizzabile nei seguenti punti:
• il rimpatrio volontario incentivato, concepito come strumento centrale, accompagnato da incentivi economici, in un quadro in cui la volontarietà formale si accompagna a obblighi stringenti, divieti di reingresso e sanzioni rilevanti in caso di violazione degli impegni assunti;
• il rafforzamento delle espulsioni, sia nei confronti degli stranieri irregolari sia di quelli regolarmente presenti ma condannati per determinati reati, con ampliamento dei casi di allontanamento, utilizzo esteso dei centri per il rimpatrio e previsione di divieti prolungati di reingresso;
• la restrizione degli ingressi legali, attraverso l’abrogazione dell’attuale programmazione annuale dei flussi e la sua sostituzione con decreti pluriennali fondati su fabbisogni documentati, con priorità per i cittadini dell’Unione europea e accesso dei lavoratori extra-UE in via fortemente limitata e selettiva;
• gli incentivi al rientro degli italo-discendenti, nel rafforzamento del legame di cittadinanza per discendenza, inseriti nel quadro delle politiche demografiche;
• la revisione della cittadinanza, con possibilità di revoca della cittadinanza acquisita per naturalizzazione, accompagnata dall’espulsione, in presenza di condanne definitive anche per delitti non particolarmente gravi, sollevando interrogativi sulla proporzionalità e sulla stabilità della cittadinanza acquisita;
• la limitazione degli strumenti di stabilizzazione dello straniero in Italia, attraverso la revisione del ricongiungimento familiare e l’abolizione o riduzione delle forme di protezione complementare;
• il collegamento tra migrazione e natalità, con utilizzo delle risorse legate alla riduzione dell’immigrazione per finanziare misure a sostegno della natalità italiana, in una logica anti “sostituzione”;
• un controllo più stringente delle ONG, mediante un sistema autorizzatorio preventivo per le attività di soccorso, obblighi estesi di tracciabilità, istituzione di registri dedicati e un articolato sistema sanzionatorio, comprensivo di sequestri, confische e sanzioni economiche elevate;
• accordi con i Paesi di origine,con un rafforzamento della cooperazione esterna finalizzata al contenimento dei flussi e alla gestione dei rimpatri;
• l’istituzione di un sistema pubblico di remigrazione, articolato in organismi amministrativi dedicati, fondi specifici e procedure formalizzate;
• la riconversione di parte della spesa pubblica, destinando risorse oggi impiegate per accoglienza e integrazione al finanziamento di interventi a sostegno delle politiche di rimpatrio e remigrazione oltre che della natalità italiana.
Nel loro insieme, questi elementi delineano un impianto che privilegia la riduzione delle presenze straniere, una selezione restrittiva degli ingressi, l’incentivazione del ritorno e il rafforzamento del controllo e delle espulsioni.
3. La domanda che dobbiamo porci
La domanda da porci, a questo punto, è se la proposta di remigrazione comprenda la realtà italiana di oggi e aiuti a costruire soluzioni utili per il futuro del Paese.
La proposta riesce a cogliere alcune delle preoccupazioni reali che una parte significativa degli italiani esprime rispetto all’immigrazione e alla percezione di un’insufficiente capacità di gestione e di governo della complessità che essa comporta. In meno di cinquant’anni, la presenza straniera in Italia è passata da poche decine di migliaia di persone a oltre cinque milioni di residenti, a cui si aggiunge una quota ormai molto rilevante di cittadini naturalizzati. Questa trasformazione, che è divenuta parte della nostra realtà sociale e della nostra attuale italianità, non è stata accompagnata, se non in misura insufficiente, da una visione politica lungimirante, capace di governarla in modo coerente. I decisori politici che si sono succeduti hanno mostrato, alcuni più di altri, limiti evidenti: carenza di strategia, scarsa continuità, poco coraggio e insufficiente capacità di leggere in profondità i mutamenti intervenuti.
Alcune delle criticità sono reali e vanno affrontate. Sarebbe inutile e controproducente continuare a negarlo. Riguardano per esempio il governo dei flussi, l’inadeguatezza della normativa, la discontinuità delle politiche, le difficoltà nel promuovere l’integrazione, la percezione di disordine e di insicurezza, vera o presunta che sia. È da qui che bisogna partire, non dalla rimozione del problema. Anche perché il protrarsi di un insufficiente governo del fatto migratorio ha contribuito ad alimentare risposte semplificate e polarizzate, che trovano terreno fertile proprio nelle lacune delle politiche pubbliche.
Anche per questo occorre chiedersi se le soluzioni proposte dal progetto di legge popolare portino davvero lontano. A mio avviso, no, anche se alcuni spunti possono costituire un’occasione per riaprire seriamente il dibattito politico sul tema e per sollecitare la definizione di soluzioni, possibilmente bipartisan, capaci di fornire risposte, anche parziali ma concrete. Altri elementi, invece, appaiono soprattutto come strumenti di propaganda politica, costruiti per fare leva sulla parte più emotiva del dibattito pubblico, sulle paure diffuse e sul bisogno di rassicurazione identitaria, più che per affrontare in modo realistico e risolutivo le questioni aperte. È difficile infatti non vedere una componente di strumentalità orientata al consenso elettorale, in cui la semplificazione del problema diventa funzionale alla costruzione di una risposta politicamente efficace ma sostanzialmente inadeguata.
In ogni caso, la sfida non può essere elusa. Sarebbe auspicabile che tutte le forze politiche accettassero di misurarsi fino in fondo con il tema, presentando proposte concrete e realizzabili per governare il fatto migratorio con lo sguardo rivolto alla reale situazione italiana: struttura sociale, lavoro, produzione, assistenza, demografia, integrazione, urbanizzazione, territori, scuola, benessere collettivo e futuro del Paese. Le storture della proposta di legge sulla remigrazione non si contrastano semplicemente scomunicandole. Si contrastano soprattutto offrendo proposte alternative valide, credibili, attuabili, capaci di rispondere alle preoccupazioni della popolazione e di costruire un quadro normativo nuovo, più serio e più adeguato di quello attuale. Organizzazioni della società civile e realtà ecclesiali direttamente impegnante, così come ricercatori e studiosi che da anni osservano e analizzano il fatto migratorio possono fornire molti elementi utili alla comprensione della realtà. È da questa esigenza e questo auspicio che nasce il ragionamento che segue.
4. Le migrazioni come fenomeno strutturale
Per comprendere il tema è necessario anzitutto collocarlo nel quadro più ampio delle trasformazioni in atto. I dati disponibili, tra cui quelli raccolti dai principali rapporti annuali sul tema — limitandoci all’Italia: da Caritas–Migrantes a IDOS, ISMU, CNEL, CENSIS e Osservatori accademici specializzati —, confermano che le migrazioni internazionali hanno ormai carattere strutturale. I migranti nel mondo sono circa 304 milioni, mentre le persone costrette a fuggire da guerre, persecuzioni o crisi profonde superano i 120 milioni. Non si tratta di un fenomeno contingente, ma di una dimensione stabile e duratura della mobilità umana.
L’Italia è pienamente inserita in questa dinamica. Al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti sono circa 5,56 milioni, pari al 9,4% della popolazione, secondo i dati ISTAT. Si tratta di una presenza ormai consolidata, che resta peraltro inferiore alla media europea, pari a circa l’11%, con valori più elevati in Paesi come la Germania (15%) e la Svizzera (26%). Questa condizione non giustifica rappresentazioni emergenziali o narrative di tipo invasivo. Parallelamente, è cresciuta la componente dei cittadini italiani con origini migratorie e si è rafforzato il ruolo delle seconde generazioni.
Questi dati dicono una cosa essenziale: l’immigrazione non è un fenomeno esterno o marginale, ma una componente strutturale della realtà italiana contemporanea. È proprio a partire da questa constatazione che risulta difficile ritenere realistiche strategie fondate prevalentemente sulla riduzione quantitativa delle presenze, come se si trattasse di un fenomeno reversibile o transitorio. Chiunque voglia proporre soluzioni serie deve partire da qui, assumendo la realtà per quella che è, senza deformarla o semplificarla.
5. Dai limiti della diagnosi ai limiti delle soluzioni proposte
Una prima osservazione riguarda gli elementi di criticità che la proposta intercetta nel sentire comune. È indubbio che essa esprima una critica, per alcuni aspetti fondata, all’approccio emergenziale che ha caratterizzato a lungo la gestione delle migrazioni, anche sotto l’impulso di coloro che ora vorrebbero mettere fine a tale approccio.
Allo stesso modo, è fondato il richiamo al tema del contrasto al traffico di esseri umani e dello sfruttamento lavorativo. Anche la necessità di accordi con i Paesi di origine e di transito rappresenta un elemento condivisibile. Tuttavia, riconoscere la legittimità di alcuni problemi non equivale a condividere l’impianto delle soluzioni. Ed è qui che il giudizio deve farsi più netto.
Il primo limite è di natura concettuale. La remigrazione interpreta la migrazione prevalentemente come una presenza da ridurre o da ricondurre all’esterno. Questa impostazione si colloca in una linea ormai consolidata, che tende a trattare l’immigrazione prevalentemente come questione di sicurezza e ordine pubblico, senza cogliere il carattere strutturale e globale del fenomeno. Le migrazioni contemporanee sono alimentate da fattori molteplici e interconnessi e non possono essere governate efficacemente attraverso una logica meramente riduttiva e di contrasto.
A ciò si aggiunge un limite più politico e culturale. Il progetto di legge intende offrire una risposta semplice, apparentemente risolutiva, a una realtà complessa, trasformando un insieme di questioni strutturali in una piattaforma di mobilitazione identitaria. È qui che si coglie la sua insufficienza di fondo: promette controllo attraverso la riduzione delle presenze, ma non mostra di possedere strumenti realmente adeguati per governare la complessità della dinamica migratoria.
6. Ingressi legali e irregolarità: un nesso decisivo
La proposta di remigrazione prevede una forte restrizione dei canali di ingresso, anche per lavoro. Tuttavia, l’esperienza e gli studi disponibili mostrano che la chiusura dei canali regolari non elimina i flussi migratori, ma tende a spostarli verso l’irregolarità e ad alimentare circuiti informali e illegali che sfuggono al controllo pubblico, rendendo più difficile la gestione dei flussi, la tutela delle condizioni di lavoro e le attività di prevenzione. In assenza di vie legali, la domanda di mobilità non si riduce, ma si riorganizza. Questo aspetto è particolarmente rilevante nel caso italiano, segnato da un progressivo declino demografico e da una crescente esigenza di forza lavoro.
Una politica che riduce drasticamente gli ingressi regolari, senza offrire alternative serie, rischia di aggravare problemi che pretende di risolvere. Non esiste una politica migratoria efficace senza canali di ingresso legali, regolari, programmati, adeguati alle esigenze del Paese: la loro chiusura non arresta i flussi, ma li spinge verso l’irregolarità, rendendo più difficile ogni forma di governo. Si crea così un paradosso: nel tentativo di controllare di più, si rischia di perdere controllo.
7. Irregolarità e sicurezza: il rischio dell’invisibilità
La proposta privilegia un approccio basato sull’allontanamento e sul rafforzamento delle espulsioni. Tuttavia, l’irregolarità è anche il prodotto di politiche inadeguate, oltre che di condizioni economiche e sociali complesse. Una parte rilevante dell’irregolarità non nasce infatti ai confini, ma all’interno del sistema: riguarda persone entrate regolarmente che, nel tempo, perdono i requisiti per restare. Limitarsi alla dimensione repressiva rischia di ampliare l’area dell’invisibilità sociale, con effetti controproducenti sia sul piano della sicurezza sia su quello della coesione sociale.
L’invisibilità non rafforza la sicurezza: la indebolisce. Una politica seria dovrebbe ridurre le condizioni che producono irregolarità, non soltanto irrigidire le conseguenze, come dimostra anche la recente scelta della Spagna di regolarizzare circa 500mila persone.
8. Integrazione e coesione sociale
Il rapporto tra integrazione e sicurezza è centrale. Le analisi disponibili convergono nel mostrare che l’integrazione rappresenta un fattore decisivo di stabilità sociale. Ridurre l’integrazione a elemento secondario o subordinato significa indebolire la coesione sociale e aumentare i rischi di marginalità.
Qui la proposta di remigrazione mostra tutta la sua miopia. Una società che integra male, o che rinuncia a integrare, non diventa più ordinata: diventa più fragile, più conflittuale e più esposta a tensioni che poi vengono strumentalmente attribuite alla sola presenza migrante, in un circolo vizioso che finisce per rafforzare proprio le narrazioni che si pretende di contrastare.
9. Società civile e ONG: tra regolazione e delegittimazione
È legittimo che l’azione delle ONG sia regolata. È una questione che già ai tempi del ministro Marco Minniti, nel 2017, ha alimentato il dibattito nelle stesse ONG, alcune delle quali hanno firmato il Codice di condotta mentre altre l’hanno rifiutato ritenendolo, a mio avviso erroneamente, troppo limitante. Un più attento dialogo, aperto all’ascolto reciproco, avrebbe potuto – e potrebbe tuttora – portare alla definizione di regole utili come strumento di regolamentazione, coordinamento e qualificazione delle attività di soccorso in mare, salvaguardando i principi umanitari di indipendenza, imparzialità e neutralità e distinguendo nettamente tra la necessaria regolazione delle attività e la loro delegittimazione, che rischia di compromettere un contributo essenziale in contesti operativi estremamente complessi. Una rappresentazione che assimila sistematicamente le ONG a fattori di disordine non va certo in questo senso: finisce per favorire solo il contrasto, senza fornire risposte vere a una questione che troppo spesso diventa tragedia.
La proposta di legge preferisce un’impostazione fortemente orientata al controllo, al contrasto e alla sanzione, nella quale il rischio di una delegittimazione generalizzata delle ONG appare concreto. Sembra che la questione vera non sia stabilire regole chiare per un ruolo riconosciuto, ma costruire un bersaglio simbolico funzionale a una narrazione politica che ha bisogno di nemici facilmente identificabili. Il punto non è se regolamentare le ONG, ma farlo senza delegittimarne il ruolo.
10. Cittadinanza e appartenenza: un nodo decisivo
La proposta rafforza la centralità della discendenza (ius sanguinis) e introduce la possibilità di revoca della cittadinanza acquisita. Questo impianto solleva interrogativi rilevanti sul modello di appartenenza in una società ormai profondamente trasformata e sulla stabilità di tale condizione.
Non è un dettaglio tecnico. È un punto che tocca il cuore dell’idea di comunità politica. Se una società cambia, la cittadinanza non può essere pensata soltanto come eredità di sangue o come concessione sempre revocabile. Qui la proposta mostra un orientamento regressivo, sia sul piano politico sia su quello giuridico, e poco aderente alla realtà italiana contemporanea.
11. Demografia e futuro del Paese
La proposta collega la politica migratoria alla natalità italiana e al rientro degli italo-discendenti. Si tratta di obiettivi legittimi, ma non sufficienti. La crisi demografica italiana non può essere affrontata contrapponendo natalità e immigrazione, poiché entrambe le dimensioni concorrono, in modo diverso ma complementare, alla sostenibilità demografica, economica e sociale del Paese.
Non è un’affermazione astratta. A inizio 2026, per la prima volta dopo dodici anni di calo, la popolazione italiana si è stabilizzata: gli italiani sono diminuiti di circa 189.000 unità, mentre gli stranieri sono aumentati di 188.000. Senza questo contributo, la contrazione demografica sarebbe proseguita.
La vera questione è se il Paese voglia dotarsi di una strategia all’altezza del proprio declino demografico, della contrazione della forza lavoro, dell’invecchiamento e dei bisogni futuri. Da questo punto di vista, la remigrazione appare più come una risposta identitaria che come una risposta adeguata a un problema allarmante, a lungo sottovalutato e destinato a incidere profondamente sulla società e sul benessere collettivo.
12. Conclusione: riportare il tema alla politica
In conclusione, la cosiddetta remigrazione va analizzata con attenzione proprio perché nasce da problemi reali. Tuttavia, le soluzioni che propone sono, nel loro insieme, parziali e in alcuni casi inadeguate e talvolta controproducenti rispetto alla complessità della realtà contemporanea, ponendo perfino seri dubbi di costituzionalità. La questione migratoria non può essere affrontata attraverso semplificazioni, né può essere ridotta a oggetto di contrapposizione ideologica, ma richiede uno spazio di confronto politico serio, capace di tenere insieme fermezza nei principi, realismo nelle soluzioni e disponibilità al dialogo tra posizioni diverse. Richiede conoscenza, analisi, confronto e responsabilità politica.
Riportare il tema alla politica significa, in questo senso, restituirlo alla sua dimensione più alta: quella di una politica che non si limita a inseguire il consenso o ad alimentare paure per accrescerlo, ma che si pone l’obiettivo di comprendere i problemi, governarli e affrontarli con strumenti adeguati e sostenibili nel tempo.
La remigrazione, così come delineata nella proposta di legge di iniziativa popolare, non va elusa ma discussa nel merito. Va confutata con argomenti verificabili, mostrando i limiti di un approccio che riduce le migrazioni a una questione identitaria e le affronta prevalentemente con strumenti di esclusione e repressione. Questo impone una responsabilità politica precisa: dire con chiarezza cosa non funziona e indicare modalità e soluzioni diverse, praticabili e sostenibili.
Anche le mobilitazioni e le manifestazioni civili contribuiscono a mantenere aperto lo spazio pubblico del confronto. Resta memorabile, in questo senso, quella del 27 maggio 2017 a Milano “Insieme senza muri”, con 100mila partecipanti. Ma la loro forza sta nella coerenza: ogni ambiguità o deriva rischia di offrire argomenti proprio a chi propone la remigrazione.
In gioco non vi è soltanto la gestione dei flussi migratori, ma il futuro della società italiana ed europea. Per questo motivo, più che di formule radicali, vi è bisogno di una politica migratoria matura, capace di governare una trasformazione storica complessa, senza cedere né alla tentazione della semplificazione né a quella della rimozione. Le migrazioni non si fermano con gli slogan e la repressione. Si governano con politiche efficaci e coerenti. Da come sapremo farlo dipenderà non solo la qualità della convivenza, ma il futuro stesso del Paese.