“Ogni tre anni il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale convoca una conferenza pubblica nazionale per favorire la partecipazione dei cittadini alla definizione delle politiche di cooperazione allo sviluppo” (legge 125/2014, art. 16). Martedì 26 e mercoledì 27 maggio, a Roma, si svolgerà Coopera 2026, la terza conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo. Nell’attuale contesto internazionale la conferenza assume un significato che va oltre il suo carattere istituzionale.
“Aid and Trade”: un tema su cui Coopera 2026 dovrà esprimersi
Coopera 2026 si svolge mentre l’Amministrazione americana promuove l’iniziativa del Dipartimento di Stato denominata “Trade Over Aid”, anche in vista di un voto alle Nazioni Unite. L’iniziativa propone di riorientare la cooperazione allo sviluppo riducendo il peso degli aiuti pubblici e dando priorità a commercio, investimenti privati e riforme di mercato. È una visione che riflette l’approccio America First – l’interesse dell’America prima di tutto- e segna un ulteriore ritiro degli Stati Uniti dagli impegni multilaterali, attribuendo al settore privato un ruolo centrale come motore dello sviluppo e di nuove opportunità di lavoro.
Il Trade Over Aid non nasce nel vuoto. Si colloca dopo il drastico ridimensionamento della cooperazione statunitense, con il taglio di una parte rilevante dei programmi USAID e la riorganizzazione dell’assistenza estera all’interno del Dipartimento di Stato. Si inserisce in una traiettoria coerente: meno cooperazione pubblica allo sviluppo, maggiore selettività strategica, ampio spazio al settore privato.
In questa impostazione, la cooperazione rischia di non essere più una politica pubblica orientata allo sviluppo, ma una leva funzionale alle dinamiche di mercato, fondata su regolamentazioni limitate, bassa pressione fiscale, assenza di restrizioni alle fonti energetiche, tutela dei diritti di proprietà, certezza dei contratti e affidabilità del sistema giudiziario.
La proposta configura un nuovo paradigma: meno aiuti, maggiore enfasi sul ruolo del settore privato e concentrazione sui Paesi in grado di avvicinarsi all’autonomia economica. In questo contesto, il Trade – inteso come insieme di investimenti e attività economiche del settore privato – diventa la leva dominante delle politiche di sviluppo.
Qui emerge un primo nodo critico: l’obiettivo di creare lavoro non può essere assunto in modo generico. Non basta creare occupazione: occorre chiedersi quale occupazione. Una strategia credibile deve includere lavoro dignitoso, diritti sociali, sicurezza, remunerazioni adeguate e condotta responsabile delle imprese, in coerenza con gli standard internazionali, dalle linee guida OCSE per le imprese multinazionali agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Senza queste condizioni, il rischio è che il Trade produca soprattutto occupazione povera, mentre valore, innovazione e capacità decisionale restano concentrati altrove.
Un secondo nodo riguarda i Paesi più fragili. Per essi, il sostegno resterebbe limitato agli interventi umanitari e di emergenza, prevalentemente attraverso canali multilaterali o agenzie specializzate. Si delinea così una distinzione netta: ai Paesi considerati promettenti verrebbero offerti commercio e investimenti; agli altri, assistenza emergenziale, attivata in base a priorità strategiche, con il rischio di considerare chi soccombe come “spazzatura della storia”, per riprendere un’espressione usata da papa Leone XIV il 2 maggio scorso.
Un’impostazione di questo tipo coglie un elemento reale: commercio e investimenti possono indubbiamente sostenere la crescita. Ma l’esperienza internazionale mostra con chiarezza che non la garantiscono automaticamente né la distribuiscono in modo equo. Il meccanismo funziona soprattutto dove esistono istituzioni solide, infrastrutture adeguate, competenze e stabilità politica. Altrimenti, il mercato tende a privilegiare le proprie convenienze, non a includere. Il business, per sua natura, seleziona le opportunità, non le distribuisce.
Lasciare indietro i Paesi più fragili, ampliando divari già esistenti e rafforzando le dinamiche di quelli meglio posizionati, è quindi un rischio concreto. Molti Paesi partner del Piano Mattei presentano fragilità strutturali e rientrano tra quelli che finiscono ai margini di questa iniziativa. In questo scenario, la cooperazione non sarebbe più uno strumento di riduzione delle disuguaglianze globali, ma un meccanismo che rischia di rafforzarle. Le relazioni fondate sul mercato sono per natura selettive – si investe dove il rendimento è più alto -, asimmetriche per il diverso potere negoziale, parziali perché escludono interi ambiti, e instabili perché più legate alla convenienza che a impegni di lungo periodo.
Il punto non è negare il ruolo del mercato, ma evitare l’illusione che la crescita si distribuisca automaticamente. I dati sulle disuguaglianze globali mostrano il contrario: la ricchezza tende a concentrarsi. La metà più povera dell’umanità – circa quattro miliardi di persone – detiene lo 0,52% della ricchezza mondiale, mentre l’1% più ricco ne possiede il 43,8%, come documenta Oxfam.
A sostegno della critica agli aiuti si citano spesso anche voci autorevoli, come Dambisa Moyo, Paul Collier e William Easterly. Le loro analisi mettono in luce limiti reali – dipendenza, inefficienza, effetti distorsivi – che non possono essere ignorati; ma da qui a concludere che il mercato possa sostituire la cooperazione il passo è lungo. Senza istituzioni, diritti, redistribuzione e politiche pubbliche, la crescita economica non produce sviluppo condiviso. Il mercato può certo essere uno strumento importante, ma non può sostituire la politica pubblica dello sviluppo.
Da tempo gli Stati Uniti collegano commercio e sviluppo: già con l’AGOA (African Growth and Opportunity Act), dal 2000, molti Paesi africani hanno avuto accesso preferenziale al mercato statunitense, in cambio dell’acquisto di prodotti petroliferi, minerali, beni strumentali, prodotti alimentari e manufatti. Ma il Trade Over Aid si spinge oltre: non integra gli strumenti, li gerarchizza, riducendo la cooperazione a componente residuale e sostituendo l’aiuto pubblico allo sviluppo con il commercio.
La legge 125. Il Parlamento italiano si è espresso
La legge, nel suo primo articolo, eleva la cooperazione allo sviluppo a parte integrante e qualificante della politica estera dell’Italia. Contribuisce a costruire partenariati stabili tra Stati, territori e società ed è quindi anche uno strumento di convivenza e pace. Si esprime in molteplici ambiti: dalla risposta alle emergenze umanitarie e alle situazioni di povertà ai processi di pacificazione, fino ai settori scientifico, educativo, sociale, sanitario ed economico. Non è un ambito settoriale, ma una politica trasversale che connette interessi e responsabilità. Si colloca in una duplice prospettiva: cooperazione solidale, non come assistenzialismo, ma come corresponsabilità nello sviluppo, e costruzione di partenariati economici fondati sulla reciprocità e sull’interesse condiviso.
È in questo modo che la cooperazione si traduce in progetti concreti realizzati insieme ai Paesi partner, nei quali convergono competenze pubbliche, sociali, accademiche, economiche e tecniche per rafforzare servizi essenziali, sostenere sistemi produttivi e occupazione dignitosa, sviluppare capacità locali e promuovere resilienza. Per farlo utilizza strumenti diversi e complementari – contributi a dono, crediti di aiuto, blending, garanzie, cofinanziamenti e interventi delle istituzioni finanziarie nazionali, europee e multilaterali – orientati a obiettivi di sviluppo sostenibile. È questa combinazione di finalità pubblica, pluralità di attori e strumenti a rendere possibile l’intervento anche dove il mercato non arriva, confermando il ruolo insostituibile della cooperazione nelle politiche di sviluppo.
Su questa base si colloca anche il Piano Mattei, che coniuga cooperazione allo sviluppo e partnership economiche. Il confronto con il Trade Over Aid è inevitabile: entrambi richiamano investimenti, infrastrutture, crescita e partenariato, ma attribuiscono un ruolo diverso alla cooperazione pubblica, ai diritti, alla riduzione delle disuguaglianze e alla dignità dei partenariati. La legge 125/2014 non separa queste dimensioni, ma le tiene insieme. Disegna una cooperazione aperta a soggetti pubblici, società civile e settore privato, valorizza il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti e introduce strumenti che combinano finanza pubblica e di mercato. Proprio per questo, l’alternativa posta dal Trade Over Aid appare fuorviante: l’Italia non deve scegliere tra aiuto e commercio, perché li integra già – da tempo – in una strategia pubblica.
Coopera 2026 dovrà riaffermare con coerenza che, con la legge 125 e il Piano Mattei, l’Italia non aderisce a una logica di sostituzione dell’aiuto con il commercio, ma continuerà a promuovere un modello di “Aid and Trade” fondato su tre condizioni: orientamento pubblico allo sviluppo sostenibile, qualità sociale e ambientale degli investimenti, partenariati paritari con i Paesi partner.
L’efficacia dipende dalla capacità di coinvolgere istituzioni, territori, società civile, università, imprese e diaspore, costruendo relazioni paritarie e durature. La vera questione, oggi, non è ridefinire i principi, ma attuarli pienamente: dotando la cooperazione italiana di obiettivi verificabili, strumenti finanziari coerenti, criteri di valutazione dell’impatto sociale e ambientale, spazi reali di partecipazione per tutti gli attori previsti dalla legge 125 e semplificazioni normative.
«L’ingegno è vedere possibilità dove gli altri non ne vedono», ricordava Mattei, citato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Oggi quella possibilità consiste nel rifiutare una falsa alternativa – aiuto o commercio – e nel costruire politiche che tengano insieme sviluppo economico, diritti, interesse reciproco e giustizia nelle relazioni internazionali.
Se la cooperazione, parte integrante e qualificante della politica estera, perde questa capacità di integrazione, rischia di diventare marginale, impoverendo la politica estera stessa. Se invece la rafforza, può affermarsi come uno strumento centrale e contribuire al protagonismo dell’Italia nel governo delle interdipendenze globali.
È su questo terreno che Coopera 2026 deve misurarsi: non solo celebrare la cooperazione italiana, ma indicare una posizione chiara nel nuovo confronto internazionale. L’Italia può subire la contrapposizione tra aiuto e commercio, oppure proporre un modello più esigente: commercio sì, ma dentro una politica pubblica orientata allo sviluppo sostenibile, ai diritti, alla riduzione delle disuguaglianze e a partenariati realmente paritari.
Pubblicato su: VITA