La terza Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo, COOPERA 2026, si terrà a Roma il 26 e 27 maggio. Intende fare il punto sulla cooperazione internazionale del nostro Paese per proiettarla con maggiore efficacia verso il futuro.
Per legge, la Conferenza nazionale non è un semplice appuntamento pubblico. È uno strumento pensato per favorire la partecipazione alla definizione delle politiche, per verificare coerenze e risultati, per orientare le scelte future. In altre parole, non è un evento celebrativo. È – o dovrebbe essere – un passaggio di costruzione delle politiche. Il programma provvisorio sembra andare in questa direzione, ma lascia aperte alcune questioni.
I temi sono quelli giusti. Dalla sessione iniziale – “la grande famiglia della cooperazione italiana, fare squadra insieme” – fino ai panel su umanitario, finanza, settore privato, conoscenza, partenariati europei e Piano Mattei, emerge un quadro ampio e coerente con le trasformazioni in corso. C’è attenzione ai nodi centrali: il ruolo del settore privato, la dimensione finanziaria, il collegamento tra ricerca e sviluppo, la collocazione europea e multilaterale, la proiezione geopolitica della cooperazione italiana.
È un programma che rappresenta molti ambiti rilevanti della cooperazione. Ma rappresentare non è ancora orientare. Appare infatti meno esplicitato il passaggio che rende la Conferenza uno strumento di policy: la costruzione di un percorso condiviso capace di definire priorità, strumenti e impegni concreti, mettendo in relazione analisi, esperienze e responsabilità dei diversi attori.
Non risulta attivato un percorso preparatorio strutturato, come quello che normalmente accompagna una Conferenza con queste finalità, con gruppi di lavoro capaci di coinvolgere i diversi attori pubblici e privati per mettere a sistema analisi, valutazioni e proposte da presentare in tale sede e da tenere presenti nel cammino futuro. Né emergono nel programma spazi strutturati di confronto sostanziale tra attori, né dispositivi orientati alla produzione di proposte, né un collegamento esplicito tra discussione e decisione. Il rischio, quindi, non è nella qualità dei temi, ma nella natura dell’esito.
Coopera 2026 potrebbe così apparire prevalentemente come un momento di rappresentazione pubblica – certamente significativo – ma meno coerente con la funzione che il legislatore le assegna: “per favorire la partecipazione dei cittadini alla definizione delle politiche di cooperazione allo sviluppo” (legge 125/2014, art. 16).
Si afferma così una logica comunicativa centrata sull’evento, che rischia di prevalere sulla costruzione di processi di elaborazione e proposta. In questo quadro può passare in secondo piano anche l’esigenza di produrre – come nel passato – gli atti della Conferenza, per poterli approfondire, discutere e renderli operativi per una cooperazione allo sviluppo sempre più efficace e partenariati più solidi.
C’è poi un punto più strutturale. La cooperazione italiana dispone di un patrimonio significativo di esperienze, competenze e partenariati costruiti nel tempo. Nel programma questo elemento compare – ad esempio nel riferimento alla “valorizzazione delle esperienze” – ma non sembra tradursi in un dispositivo riconoscibile di messa a sistema. Il rischio è che resti un richiamo, più che una leva operativa. Eppure, è proprio qui che si gioca la qualità delle politiche: nella capacità di collegare ciò che già esiste con ciò che si intende costruire.
Già nel 1981, nel quadro della legge 38/1979, si tenne la prima Conferenza sulla cooperazione allo sviluppo, seguita da una seconda nel 1985 (entrambe di quattro giorni) e da una terza nel 1991, collegata alla legge 49/1987. Gli atti di queste tre Conferenze rappresentano ancora oggi un patrimonio prezioso. Nel 2012, il Forum della cooperazione internazionale, preceduto da un lavoro preparatorio strutturato in dieci ambiti di discussione, rilanciò il dibattito pubblico e accompagnò il percorso che avrebbe portato alla riforma del 2014. Non si trattò di eventi celebrativi, ma di processi ampiamente partecipati e costruiti con metodo.

Nel quadro della legge 125/2014, la prima Conferenza si è svolta nel 2018, seguita dalla seconda nel 2022 e da questa terza nel 2026. Se da un lato l’inizio di una nuova numerazione garantisce un chiaro riferimento normativo e favorisce la verifica delle politiche, dall’altro espone al rischio di perdere ogni legame con la memoria istituzionale costruita in decenni.
Non è un problema simbolico. È un problema politico e di efficacia. Procedere per cicli scollegati, quasi ripartendo ogni volta da zero, significa indebolire la capacità di apprendere dall’esperienza, valorizzare le competenze accumulate, trasformare i fallimenti in apprendimenti, i successi in pratiche replicabili e tradurre conoscenze e relazioni in politiche sempre più efficaci.
Infine, resta aperta la questione decisiva della partecipazione. La legge attribuisce alla Conferenza la funzione di favorire il coinvolgimento dei diversi attori nella definizione delle politiche. Ma la partecipazione non è solo presenza o ascolto: è possibilità effettiva di incidere, attraverso processi strutturati di confronto e proposta.
È su questa base che Coopera 2026 può ancora rappresentare un passaggio importante: non solo di visibilità, ma di reale orientamento delle politiche, lasciando non solo immagini e dichiarazioni, ma anche indicazioni, atti e impegni verificabili.
Conoscendo quanto è stato realizzato negli anni, le competenze professionali maturate, la capacità di costruire relazioni e partenariati solidi e la continuità degli effetti positivi di molti interventi di cooperazione, c’è da esserne complessivamente orgogliosi. È nella cooperazione allo sviluppo che l’Italia mostra spesso il suo volto migliore. Proprio per questo merita una Conferenza all’altezza della sua storia e delle sue possibilità.