CEUTA. LE VITTIME DIVENTANO ARMI DI PROPAGANDA POLITICA

3 Agosto 2026

Ceuta, enclave spagnola in Africa, sulla costa settentrionale del Marocco, retaggio della stagione coloniale e frontiera terrestre dell’Unione europea, è tornata al centro delle cronache. Ma ciò che è accaduto va oltre una crisi migratoria: mostra come le migrazioni possano essere usate come strumento di pressione, di ricatto geopolitico e di propaganda politica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: si alimentano paure per costruire consenso, mentre si rinuncia a governare una trasformazione destinata a segnare il futuro dell’Europa e dell’Italia.

Una crisi che va oltre Ceuta

A Ceuta non abbiamo assistito soltanto a una crisi migratoria, ma anche all’uso della migrazione, attraverso decine di migliaia di persone, come arma di pressione politica esercitata da uno Stato nei confronti di un altro. Queste persone sono state indotte, anche attraverso messaggi diffusi sui social in Marocco, a credere in una possibilità di facile ingresso a Ceuta, che si è rapidamente dissolta: la grande maggioranza è tornata indietro, mentre, secondo il bilancio provvisorio, almeno 72 persone hanno perso la vita. Morte per un macabro gioco politico. Le prime vittime non sono state le frontiere, ma gli esseri umani: persone usate come strumenti e perfino condannate a pagare con la vita.

Ceuta non è un episodio isolato. È uno dei segnali più evidenti di come le migrazioni siano ormai utilizzate anche nella competizione geopolitica tra Stati. Le persone vengono trasformate in strumenti al servizio di strategie di potere, mentre l’Unione europea, insieme ad alcuni dei suoi Stati membri, finisce sempre più spesso per rincorrere le emergenze, invece di costruire una strategia comune capace di governare un fenomeno strutturale. Non è la prima volta: era già accaduto al confine tra Bielorussia e Polonia, dove migliaia di migranti furono deliberatamente utilizzati come leva di pressione politica nei confronti dell’UE.

Il contesto geopolitico

L’episodio di Ceuta presenta alcuni elementi che meritano una riflessione più ampia. Colpiscono innanzitutto le dimensioni e la rapidità dell’afflusso, reso possibile anche dal temporaneo venir meno dell’abituale capacità di controllo della frontiera da parte delle autorità marocchine. Ma ha destato sorpresa anche la rapidità con cui ventidue governi dell’Unione europea, appartenenti anche a orientamenti politici diversi, hanno chiesto un’azione coordinata per rafforzare la protezione delle frontiere esterne. Una richiesta accompagnata, in alcuni Paesi, da critiche molto dure nei confronti del governo di Pedro Sánchez e da ingiustificate decisioni unilaterali che hanno rischiato di accentuare le divisioni interne all’Unione.

A questo si aggiunge un elemento che non può essere considerato marginale. La decisione assunta da Donald Trump nel 2020 di riconoscere unilateralmente la sovranità marocchina sul Sahara occidentale ha segnato una svolta geopolitica, rafforzando la posizione internazionale di Rabat e discostandosi dal quadro delle Nazioni Unite, nel quale la questione rimane tuttora irrisolta.

La crisi di Ceuta, dunque, non può essere letta soltanto come una controversia bilaterale tra Spagna e Marocco. Si colloca in una più ampia trasformazione degli equilibri mediterranei, nordafricani e transatlantici, nella quale anche le migrazioni diventano strumenti di pressione e di influenza. Considerati singolarmente, questi fatti possono apparire scollegati. Osservati nel loro insieme, suggeriscono invece l’esistenza di un contesto geopolitico più complesso, nel quale la questione migratoria si intreccia, come possibile arma nelle cosiddette guerre ibride, con interessi strategici e dinamiche interne all’Unione europea. Non vi sono elementi sufficienti per affermare l’esistenza di una regia unitaria. Sarebbe però altrettanto imprudente ignorare la convergenza tra il crescente protagonismo del Marocco, il sostegno politico ricevuto dall’amministrazione Trump e le crescenti tensioni che attraversano l’Unione europea. Il rischio è che le migrazioni vengano utilizzate non soltanto come leva nei rapporti tra gli Stati, ma anche come fattore di frammentazione, proprio nel momento in cui l’UE avrebbe bisogno di maggiore coesione e di una decisa politica comune.

La politica dell’emergenza, della sicurezza e della paura

Prima ancora di essere migranti, sono persone. Quando esse vengono ridotte a strumenti di interessi geopolitici o di interessi politici interni o a materiale per la propaganda politica, con esse vengono negati anche i diritti fondamentali. È questa la prima e più grave sconfitta della politica.

Di fronte a fatti di questa gravità ci si aspetterebbe un dibattito fondato sulla conoscenza e sul senso di responsabilità. Invece, le reazioni di molti esponenti politici mostrano, ancora una volta, una comprensione gravemente insufficiente della realtà e della complessità del fenomeno migratorio. Da troppo tempo si pontifica o si propongono, e talvolta si adottano, misure che ben poco hanno a che vedere con un serio governo delle migrazioni o con la sicurezza dello Stato. Sono, troppo spesso, risposte costruite per catturare il consenso nel modo più facile: alimentando e amplificando la paura, pur sapendo che non risolveranno alcun problema.

Anzi, è proprio qui il nodo: finché i problemi restano irrisolti, è più facile alimentare paure e ottenere consenso.

Eppure, non mancano né le conoscenze né le proposte. Studiosi, esperti e operatori con decenni di esperienza, e le stesse istituzioni europee e internazionali hanno elaborato analisi e indicato soluzioni concrete. Sarebbe logico, oltre che urgente, ascoltarli e confrontarsi seriamente con il loro lavoro. Ma questo significherebbe mettere in discussione il velo di ipocrisia che, da almeno quindici anni, governi e opposizioni, alternandosi, hanno contribuito ad alimentare sul tema delle migrazioni.

È questo il paradosso più evidente. Mentre la realtà demografica, economica e del mercato del lavoro rende l’immigrazione una componente strutturale anche del futuro dell’Italia e dell’Europa, il dibattito pubblico continua a rappresentarla quasi esclusivamente come un’emergenza di ordine pubblico e di sicurezza. Una narrazione che può risultare redditizia sul piano elettorale, ma che impedisce di affrontare una trasformazione destinata a segnare il nostro futuro.

Governare le migrazioni

Il problema, dunque, non è scegliere tra apertura e chiusura delle frontiere. Il problema è decidere se governare un fenomeno strutturale oppure continuare a subirlo e a utilizzarlo come strumento di costruzione del consenso. Governare le migrazioni significa programmare canali regolari e trasparenti di ingresso – oggi, di fatto, largamente insufficienti in Italia – per lavoro, studio e ricongiungimenti familiari, così da ridurre gli ingressi irregolari e contrastare realmente le reti dei trafficanti. Significa arginare con decisione il lavoro nero e lo sfruttamento, che alimentano irregolarità, criminalità e sistemi mafiosi; costruire accordi di mobilità con i principali Paesi di origine e di transito, anche valorizzando gli strumenti del Piano Mattei per l’Africa, purché siano orientati a partenariati effettivamente paritari e non alla sola esternalizzazione del controllo migratorio; investire seriamente nell’integrazione e riconoscere percorsi di cittadinanza a chi dimostra di voler condividere diritti e doveri della nostra comunità.Sono politiche certamente più complesse degli slogan, ma infinitamente più efficaci.

Continuare a negare la natura strutturale delle migrazioni, limitandosi a rafforzare i controlli alle frontiere e a moltiplicare hub di contenimento e di detenzione nei Paesi di transito, lontano dagli occhi dei cittadini europei, non significa governare il fenomeno, ma soltanto rinviarne le conseguenze. Nessun muro e nessun hub, da soli, potranno fermare a lungo la spinta di molti giovani che, non solo in Africa, sono privati della possibilità di un lavoro dignitoso e della prospettiva di costruire un futuro per sé e per le proprie famiglie. Quel divario tra aspirazioni, opportunità di lavoro e possibilità di costruire un futuro continuerà ad alimentare la mobilità e, se non affrontato con lungimiranza, produrrà crisi sempre più difficili da governare.

Per questo è miope affidare la politica migratoria quasi esclusivamente all’esternalizzazione delle frontiere. L’Europa continua a investire risorse crescenti nel contenimento, mentre investe troppo poco nelle condizioni che possono rendere la mobilità una scelta ordinata, regolare e reciprocamente vantaggiosa: cooperazione allo sviluppo, creazione di opportunità di lavoro, partenariati con i Paesi di origine, canali regolari di ingresso e percorsi di integrazione. È una strategia che chiude gli occhi davanti alle cause profonde delle migrazioni e finisce per rincorrere le emergenze invece di prevenirle.

Un banco di prova per l’Europa

La vera domanda, dunque, non è quanti hub costruire ancora, ma per quanto tempo l’Europa potrà continuare a rinviare una politica capace di guardare oltre l’emergenza. Perché la pressione migratoria non scomparirà per decreto né per effetto di nuove barriere: cambierà percorso, aumenterà i costi umani e continuerà a mettere alla prova la tenuta politica dell’Unione europea. Governarla significa affrontare le condizioni di insicurezza, disuguaglianza e mancanza di opportunità che rendono la mobilità una scelta obbligata o disperata, non semplicemente cercare di tenerle lontane dai nostri confini.

La vera alternativa non è tra più accoglienza e più sicurezza. È tra una politica che governa le migrazioni e una politica che continua a strumentalizzarle. Del resto, la parola stessa lo dice: un governo governa i fenomeni, non si limita a inseguirli o a usarli per raccogliere consenso. Nel primo caso si costruiscono politiche, nel secondo si costruisce propaganda, e i problemi restano, e con essi le sofferenze delle persone e le paure delle società.

Ceuta dovrebbe diventare l’occasione per un salto di qualità della politica europea. Non per alimentare nuove divisioni tra gli Stati membri, ma per rafforzare l’unità dell’Unione, la solidarietà reciproca e la capacità di costruire una vera e complessiva politica comune sulle migrazioni. In un mondo attraversato da guerre, tensioni geopolitiche e crescenti competizioni strategiche, l’Europa dovrebbe riscoprire la propria vocazione storica: non ridursi a un mercato e a una convergenza contingente di interessi, ma una comunità politica capace di fare della pace, del diritto internazionale, della cooperazione e della solidarietà tra i popoli la propria cifra distintiva. È proprio questa identità che oggi rischia di essere indebolita da divisioni interne e risposte frammentarie a sfide che nessuno Stato membro è in grado di affrontare da solo. Sarebbe un errore storico lasciare che le migrazioni diventino l’ennesimo fattore di frammentazione dell’Unione, quando dovrebbero invece spingerla a ritrovare maggiore coesione, responsabilità comune e visione del futuro. L’Italia, tra i paesi fondatori del progetto europeo e per la sua posizione al centro del Mediterraneo, dovrebbe essere tra i primi a promuovere questa svolta.

Nessun Paese europeo può illudersi di affrontare da solo una sfida di questa portata. Se l’Europa saprà trasformare Ceuta da simbolo della paura a occasione di responsabilità comune, avrà rafforzato non solo la propria politica migratoria, ma anche la propria ragion d’essere nel mondo. Se invece continuerà a limitarsi a contenere le persone senza affrontare le cause che le mettono in cammino, non sarà soltanto la gestione delle migrazioni a sfuggirle di mano: sarà la stessa idea di Europa a uscirne indebolita.

Le vittime di Ceuta dovrebbero unire le coscienze. Continuare a usarle per dividere l’opinione pubblica significa aggiungere cinismo alla rinuncia della politica. Quando le vittime diventano materia di propaganda, la politica ha già smesso di svolgere il suo compito.

Scritto per VITA