SE VUOI LA PACE PREPARA LA PACE

13 Agosto 2026

Perché oggi serve una nuova politica della pace.

Kostas Moschochoritis, Direttore Generale di INTERSOS, è coautore del saggio Se vuoi la pace prepara la pace, edito online nella collana “Approfonfimenti” di VITA. In questo articolo presenta in estrema sintesi il messaggio del libro. Una riflessione sul significato della pace e sulle condizioni necessarie per renderla una prospettiva concreta, non una semplice aspirazione morale. L’articolo è stato pubblicato su VITA Società Editoriale il 13 agosto 2026.

Nino Sergi e Kostas Moschochoritis, Se vuoi la pace prepara la pace, Vita Società Editoriale, luglio 2026. Scaricabile gratuitamente QUI.

Viviamo in un tempo che sembra aver rimesso la guerra al centro della storia. L’invasione dell’Ucraina, la tragedia di Gaza, il conflitto israelo-palestinese, le guerre dimenticate in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo e in molte altre regioni, insieme alla crescita delle spese militari, stanno modificando profondamente il clima internazionale. La guerra è tornata a essere considerata da molti come uno strumento ordinario della politica, se non come un esito inevitabile delle relazioni internazionali.

È da questa constatazione che nasce «Se vuoi la pace, prepara la pace», un saggio che propone una riflessione sul significato della pace e sulle condizioni necessarie per renderla una prospettiva concreta, non una semplice aspirazione morale.

Il libro prende le distanze da due equivoci opposti. Da una parte rifiuta l’idea che la pace possa essere affidata soltanto ai buoni sentimenti o a un generico pacifismo. Dall’altra contesta la convinzione, oggi sempre più diffusa, che la sicurezza dipenda essenzialmente dall’accumulazione di armamenti e dalla capacità di deterrenza. Senza eludere il dibattito sul riarmo e sul disarmo, il libro propone di spostare l’attenzione su una domanda più ampia: quale significato assume la sicurezza nel XXI secolo? Da questa domanda dipende anche il modo in cui oggi possiamo pensare e costruire la pace. La tesi centrale è che la pace non coincide con l’assenza di guerra, ma è una costruzione politica, giuridica, economica, culturale e civile che richiede istituzioni, responsabilità e lungimiranza.

L’analisi parte dalla constatazione che il mondo è diventato profondamente interdipendente. Guerre, cambiamenti climatici, crisi energetiche, migrazioni, trasformazioni tecnologiche attraversano ormai ogni confine. Nessuno Stato, per quanto potente, è in grado di affrontare da solo queste sfide. In questo contesto la sicurezza deve essere ripensata come sicurezza condivisa, fondata sul diritto, sulla cooperazione e su istituzioni autorevoli, e non più interpretata soltanto come difesa militare.

Uno dei nuclei più importanti del libro riguarda il rapporto tra diritto internazionale e politica. Dopo le tragedie del Novecento, la Carta delle Nazioni Unite, il divieto dell’uso della forza, il sistema multilaterale e il diritto internazionale hanno rappresentato il tentativo più avanzato finora compiuto di fondare la convivenza tra i popoli sulla forza del diritto anziché sul diritto della forza. Un progetto incompiuto e spesso contraddetto dai fatti, ma che nessuna alternativa ha finora saputo sostituire.

Oggi questo patrimonio appare progressivamente indebolito. Il saggio definisce tale processo una de-costituzionalizzazione dell’ordine internazionale: principi che dovrebbero costituire il fondamento della convivenza tra gli Stati perdono efficacia, mentre cresce il ricorso alla forza, alla competizione geopolitica e alla logica delle azioni unilaterali. Questo processo di erosione non riguarda soltanto il divieto dell’uso della forza, ma investe anche regole e istituzioni che hanno contribuito a rendere più prevedibili le relazioni internazionali: dal diritto del mare alle regole del commercio mondiale e agli strumenti della giustizia penale internazionale. Le più recenti vicende del Medio Oriente, compreso l’attacco contro l’Iran, confermano quanto rapidamente possa affermarsi la logica dell’azione unilaterale a scapito del diritto internazionale. Quando il ricorso alla forza tende a sostituire il primato del diritto, si indebolisce ulteriormente l’ordine internazionale e cresce il rischio di escalation difficilmente controllabili.

Il libro non propone tuttavia un ritorno ingenuo al passato. Al contrario, sostiene che proprio la crisi dell’ordine internazionale rende più urgente rafforzare il diritto, aggiornare le istituzioni multilaterali e sviluppare una nuova cultura della cooperazione. Il multilateralismo non viene presentato come un modello perfetto, ma come l’orizzonte politico e istituzionale più credibile entro cui affrontare problemi ormai globali.

Particolare attenzione è dedicata ai conflitti che oggi segnano maggiormente la coscienza internazionale. La guerra in Ucraina viene letta come una violazione del principio fondamentale che vieta l’aggressione armata tra Stati sovrani. Difendere questo principio del diritto internazionale è quindi necessario. Ma il libro osserva anche che nessuna guerra può trovare una conclusione stabile senza una prospettiva politica capace di condurre dal cessate il fuoco a una pace giusta e duratura. Lo stesso approccio viene applicato al conflitto israelo-palestinese. Il saggio rifiuta ogni lettura unilaterale e riconosce insieme il diritto di Israele alla sicurezza e quello del popolo palestinese a vivere libero e con dignità in uno Stato indipendente. La pace non può nascere dalla negazione dell’altro, ma dal reciproco riconoscimento dei diritti e della comune dignità.

Un’altra parte significativa del volume affronta il tema della deterrenza e del riarmo. Pur riconoscendo la legittimità della difesa degli Stati, il libro mette in guardia dall’illusione che l’accumulazione di armamenti possa costituire, da sola, una strategia di sicurezza. Le guerre contemporanee mostrano che la superiorità militare non elimina le cause dei conflitti e che il rischio di escalation, soprattutto nell’era nucleare e dell’intelligenza artificiale applicata ai sistemi d’arma, rende sempre più fragile l’equilibrio internazionale.

Da qui nasce la proposta di una nuova idea di sicurezza, fondata non soltanto sulla difesa, ma anche sulla diplomazia, sul controllo degli armamenti, sulla cooperazione internazionale, sulla riduzione delle disuguaglianze, sulla sicurezza energetica e alimentare, sulla tutela dell’ambiente e sul governo democratico delle grandi trasformazioni tecnologiche.

Il libro dedica ampio spazio anche al ruolo dell’Europa. L’integrazione europea viene ricordata come uno dei più importanti progetti storici di superamento della guerra attraverso la cooperazione. Per questo l’Unione europea è chiamata ad assumere maggiori responsabilità nella propria difesa, ma anche a promuovere iniziative diplomatiche e politiche capaci di rafforzare il diritto internazionale e il multilateralismo.

La riflessione si allarga infine al ruolo della società civile. La pace non dipende soltanto dai governi o dalle organizzazioni internazionali. La costruzione di una cultura della pace passa anche attraverso l’educazione, il volontariato, l’impegno civile, la qualità dell’informazione, il dialogo tra culture e religioni, la capacità di contrastare la disumanizzazione dell’avversario, di coltivare il senso della reciprocità e del bene comune e di riconoscere la dignità di ogni persona. Il primo disarmo necessario è quello del linguaggio. Le guerre prendono forma anche nelle parole che disumanizzano l’altro, prima ancora che nelle armi.

Il messaggio conclusivo del libro può essere riassunto in un’affermazione semplice ma impegnativa: la pace non è un’utopia né una pausa tra due guerre. È il realismo più necessario del nostro tempo: il realismo della sopravvivenza. In un mondo sempre più interdipendente, preparare la pace significa rafforzare il diritto internazionale, investire nella cooperazione, governare le trasformazioni tecnologiche, prevenire i conflitti e promuovere una cultura della convivenza.

È proprio questo realismo della sopravvivenza il significato del titolo Se vuoi la pace, prepara la pace, che riprende e rovescia l’antico principio Si vis pacem, para bellum. Costruire la pace non vuol dire rinunciare alla sicurezza, ma costruirla su basi ben più solide e durature di quelle che può garantire il solo ricorso alla forza. Per questo, se vogliamo davvero garantire alle generazioni future una sicurezza duratura, la preparazione della difesa non può sostituire la preparazione della pace. Occorre imparare, con la stessa determinazione, a preparare la pace.