In vari Paesi europei la cooperazione allo sviluppo si intreccia sempre più con investimenti, sicurezza, migrazioni e interessi geopolitici. Le reti della società civile non chiedono di tenere le imprese fuori dalla cooperazione. Pongono una questione diversa: quali devono rimanere le sue finalità?
Qualcosa sta cambiando nella cooperazione internazionale europea. Non soltanto perché diminuiscono le risorse disponibili, ma perché stanno cambiando le priorità e, in parte, la stessa idea di cooperazione allo sviluppo.
Per molti decenni le politiche europee hanno avuto come riferimenti fondamentali la lotta alla povertà e alle disuguaglianze, la promozione dei diritti, il miglioramento delle condizioni di vita, il sostegno ai Paesi più fragili. Oggi a queste finalità si affiancano con un peso crescente gli interessi economici e commerciali dei Paesi donatori, la sicurezza degli approvvigionamenti, il controllo delle migrazioni, la competizione geopolitica. È una trasformazione che attraversa, con modalità e intensità diverse, buona parte dell’Europa.
Non sarebbe corretto leggerla come una contrapposizione tra solidarietà e mercato. Commercio, investimenti, infrastrutture e imprese sono componenti essenziali dello sviluppo: possono creare occupazione, innovazione, rafforzare le economie e renderle meno dipendenti dall’aiuto. Ma la crescita economica non coincide automaticamente con lo sviluppo né garantisce che i suoi benefici raggiungano le persone e i territori più fragili. È questo il punto sul quale insistono le principali reti europee delle OSC: il business rimane uno strumento dello sviluppo oppure rischia progressivamente di determinarne le priorità?
Un cambiamento strisciante
CONCORD Europe documenta questa evoluzione nel rapporto AidWatch 2025. Dopo cinque anni di crescita, nel 2024 l’aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi europei membri del Comitato di aiuto allo sviluppo dell’OCSE è sceso dallo 0,53 allo 0,47% del RNL. Soltanto Lussemburgo, Danimarca e Svezia hanno raggiunto l’obiettivo internazionale dello 0,7%. Ma la quantità delle risorse racconta solo una parte della storia. Secondo CONCORD, circa un euro su cinque contabilizzato nel 2024 come APS (aiuto pubblico allo sviluppo) non si è tradotto in risorse effettivamente destinate allo sviluppo nei Paesi partner ma è stato destinato a sostenere i costi dell’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo. Contemporaneamente cresce l’impiego di prestiti, garanzie e altri strumenti destinati a mobilitare investimenti privati.
Sono strumenti importanti, capaci di moltiplicare le risorse disponibili. Ma il capitale tende naturalmente verso i Paesi e i settori che offrono prospettive di rendimento. Il mercato seleziona le opportunità economiche; una politica pubblica di cooperazione allo sviluppo deve invece avere chiaramente presente chi da quella selezione rimane escluso. I Paesi più poveri e i contesti fragili, così come la salute di base, l’educazione, la protezione sociale e il rafforzamento delle istituzioni, non sempre possono offrire un ritorno economico. Devono quindi rimanere importanti per la cooperazione, il cui primo obiettivo è proprio lo sradicamento della povertà, la riduzione delle disuguaglianze e lo sviluppo sostenibile.
Il Global Gateway e il “reciproco beneficio”
La strategia del Global Gateway rende particolarmente visibile il nuovo scenario. L’Unione europea punta a mobilitare grandi risorse pubbliche e private per infrastrutture energetiche, digitali e di trasporto, catene produttive, collegamenti commerciali e accesso ai minerali critici. Una ferrovia, una rete elettrica o una connessione digitale possono cambiare concretamente le opportunità di un territorio. Le organizzazioni della società civile pongono però alcune domande: chi decide quali infrastrutture realizzare? Quali bisogni delle popolazioni vengono considerati? Quanto valore rimane nelle economie locali? Chi sostiene i costi sociali e ambientali? Quale spazio hanno le comunità interessate?
Sono domande importanti quando si parla di “reciproco beneficio”. Il principio è condivisibile e partenariati economici vantaggiosi per entrambe le parti possono rendere più solide le relazioni di cooperazione. Ma tra economie e capacità negoziali profondamente diseguali, la reciprocità non può essere soltanto dichiarata: deve essere verificata nelle priorità e nei risultati, nella distribuzione dei benefici, nel lavoro creato, nel valore che rimane nei Paesi partner e nel miglioramento delle condizioni di vita.
Paesi diversi, preoccupazioni convergenti
Il quadro europeo non è uniforme. Nei Paesi Bassi la svolta è particolarmente esplicita: la cooperazione è stata collegata alla promozione del commercio, alla sicurezza e alla riduzione delle migrazioni, mentre sono previsti importanti tagli alle risorse. La rete Partos teme anche una riduzione dello spazio riconosciuto alla società civile come soggetto autonomo. In Svezia CONCORD Sweden registra una crescente integrazione della cooperazione con commercio, sicurezza e migrazioni. Nel Regno Unito la rete Bond richiama l’attenzione sul peso crescente della finanza privata e sulla necessità di preservare l’aiuto a dono per i Paesi meno sviluppati e i contesti fragili. Anche in Francia e Germania, dove rimangono forti i riferimenti alla solidarietà, ai diritti e alla lotta alla povertà, Coordination SUD e VENRO segnalano tagli delle risorse e un’ambigua integrazione della cooperazione allo sviluppo con priorità economiche e strategiche. Esperienze diverse, ma domande che sostanzialmente convergono. Le risorse destinate allo sviluppo rischiano di essere progressivamente dirottate verso il business?
Imprese e cooperazione: per quale sviluppo?
Il punto non è scegliere tra cooperazione e mercato, ma farli concorrere allo sviluppo senza confonderne le funzioni. Il mercato opera secondo criteri di sostenibilità economica e rendimento. La cooperazione pubblica allo sviluppo ha una responsabilità ulteriore: intervenire dove quelle condizioni non esistono, proprio perché povertà, fragilità e marginalità rendono più urgente l’azione. Salute, acqua, cibo, educazione, protezione sociale, diritti, aiuto umanitario e rafforzamento delle istituzioni non possono dipendere dalla loro capacità di generare un ritorno finanziario. È la complementarità degli strumenti, non la sostituzione dell’uno con l’altro, che può tenere insieme crescita economica e sviluppo. È anche l’impostazione della legge italiana 125/2014, che integra soggetti e strumenti diversi all’interno di una politica pubblica orientata allo sviluppo. La politica italiana di cooperazione continua a muoversi formalmente in questo quadro, pur nel crescente intreccio con obiettivi economici e strategici (si veda in proposito VITA).
Nell’ambito europeo c’è poi una seconda questione: chi partecipa alla definizione delle priorità e degli interventi? Le organizzazioni della società civile e le comunità locali non possono essere coinvolte soltanto quando priorità e progetti sono già stati decisi. Conoscono territori, persone, strutture sociali e culturali, bisogni, fragilità e dinamiche locali: questa conoscenza deve entrare fin dall’inizio nella scelta degli interventi. Non si tratta di rivendicare per le OSC uno spazio riservato, ma di riconoscerne una funzione diversa e complementare a quella delle istituzioni e delle imprese. Non sono soltanto esecutrici di programmi: danno voce alle comunità, promuovono diritti, contribuiscono alle scelte, ne verificano gli effetti e possono indicare problemi e alternative. Anche questo pluralismo è parte della qualità della cooperazione.
Aid e Trade: integrare senza sostituire
Non siamo quindi davanti a una scelta tra Aid e Trade. È l’alternativa stessa a essere fuorviante. Il commercio può contribuire allo sviluppo e costruire economie più forti e meno dipendenti dall’aiuto è precisamente uno degli obiettivi da perseguire. Il problema nasce quando il Trade, invece di integrarsi con l’Aid, tende a sostituirlo o a determinarne le priorità. È questo il rischio racchiuso nella formula Trade Over Aid: commercio e investimenti possono sostenere la crescita, ma non ne garantiscono automaticamente né la qualità né un’equa distribuzione.
Imprese, istituzioni pubbliche e società civile hanno competenze e funzioni diverse che possono integrarsi. La legge italiana 125 offre un riferimento importante proprio perché tiene insieme cooperazione solidale e partenariati economici dentro una politica pubblica di sviluppo.
Il confronto aperto dalle reti europee non è quindi una difesa del passato. Il mondo della cooperazione è cambiato e sarebbe illusorio separare aiuto pubblico, investimenti e commercio. Nella cooperazione allo sviluppo la sfida è integrare questi strumenti senza perdere di vista le sue finalità: uno sviluppo sostenibile, equo e capace di ridurre povertà e disuguaglianze.
Pubblicato su: VITA