Il bookshop della Triennale di Milano è specializzato in architettura, design, grafica, moda, fotografia e arti visive. Per questo mi ha sorpreso trovare un piccolo libro dedicato a un tema quanto mai attuale: il rapporto di fiducia tra cittadini e partiti. Si tratta di un testo di Adriano Olivetti, pubblicato per la prima volta nel 1949.
«Guardiamo nel desolato quadro della nostra vita politica se i partiti ci possono dare la speranza di una società realmente libera, in cui l’uomo possa correre in pace e in letizia alla sua missione». Inoltre: «L’Italia procede ancora nel compromesso, nei vecchi sistemi del trasformismo politico, del potere burocratico, delle grandi promesse, dei grandi piani e delle modeste realizzazioni. Riconosciamo francamente una mancanza di idee, una carenza di uomini, una crisi di partiti».
E ancora: «Siamo all’apogeo della forza dei grandi partiti organizzati, così il regime politico attuale prende il nome, non a torto, di partitocrazia, retto da un occulto e complesso ingranaggio di interessi e personalismi. E l’apogeo è l’inizio della decadenza».
Questo passaggio riguarda direttamente il dibattito attuale sull’ennesima legge elettorale: «Non chiedete nulla, ma unicamente che la libertà che lo Stato e i partiti riconoscono a parole – quella di scegliervi i vostri rappresentanti – non sia una mistificazione. Giacché il mandato politico, nella sua vera essenza, è soltanto un atto di fiducia delle persone in una persona».
Colpisce rileggere oggi le parole di Olivetti. Sembrano una diagnosi dell’Italia contemporanea: trasformismo, burocrazia, promesse che superano i risultati, crisi della rappresentanza politica.
Da allora sono trascorsi oltre settant’anni. Sono cambiati i nomi dei partiti, i simboli, le coalizioni, i leader. Ma la critica di Olivetti rimane sorprendentemente attuale.
La sua denuncia non era rivolta a una parte politica contro l’altra. Era una critica più profonda: la progressiva incapacità dei partiti di essere strumenti di partecipazione, innovazione e selezione delle migliori energie del Paese.
Per questo le sue parole continuano a parlarci. Non descrivono un’emergenza momentanea, ma una fragilità strutturale della nostra democrazia, a partire dalla rappresentanza politica, che l’Italia non è mai riuscita davvero a superare e che oggi, in forme diverse, attraversa molte democrazie europee.
La progressiva sottrazione agli elettori del potere di scegliere i propri rappresentanti ha certamente contribuito alla crisi della rappresentanza democratica. Eppure è una lezione che la politica sembra stentare a imparare. Anche oggi, mentre si discute di una nuova legge elettorale, il dibattito si concentra su premi di maggioranza, coalizioni, soglie di accesso e stabilità dei governi. Temi importanti, senza dubbio. Ma resta sullo sfondo una domanda essenziale: gli elettori potranno scegliere davvero chi li rappresenterà in Parlamento?
Naturalmente la questione non è semplice. La storia italiana ha conosciuto anche gli effetti distorsivi delle preferenze: clientelismo, voto di scambio, cordate organizzate, competizioni interne ai partiti spesso fondate più sul potere che sulla qualità della rappresentanza. Non possiamo dimenticarlo. Oggi, inoltre, la diffusione dei social media e delle campagne di disinformazione rende ancora più facile colpire o favorire un candidato attraverso notizie manipolate o false.
Ma la risposta può davvero essere quella di sottrarre agli elettori ogni possibilità di scelta? Se in molte democrazie europee esistono sistemi che, pur con regole diverse, consentono agli elettori di incidere sulla scelta dei singoli eletti, perché in Italia questa possibilità viene considerata quasi impraticabile? Possibile che non esistano regole capaci di coniugare libertà di scelta, trasparenza e contrasto alla corruzione?
Forse è proprio questa la discussione che manca. Non si tratta di tornare nostalgicamente al passato né di riproporre modelli che hanno mostrato evidenti limiti. Si tratta di studiare con serietà le esperienze di altri Paesi e di chiedersi come restituire agli elettori una quota reale di potere nella scelta dei propri rappresentanti, senza riprodurre le degenerazioni che hanno caratterizzato alcune stagioni della nostra storia politica.
Perché il problema sollevato da Adriano Olivetti oltre settant’anni fa rimane ancora aperto. Il mandato politico è, prima di tutto, un rapporto di fiducia tra persone. E una democrazia nella quale i cittadini non possono scegliere chi li rappresenta rischia di indebolire proprio quel legame fiduciario che ne costituisce il fondamento.
Forse non è un caso che, mentre si riduce la possibilità per gli elettori di scegliere i propri rappresentanti, cresca anche l’astensionismo. Le sue cause sono molteplici, ma il sentimento di non contare nelle scelte politiche è certamente una di esse. Quando i cittadini non si sentono protagonisti delle scelte che li riguardano, rischiano di allontanarsi dalla politica stessa.