MONDIALI 2026: UNA DOMANDA CHE LA FIFA NON PUO’ EVITARE

10 Giugno 2026

Il calcio ama definirsi universale. Ma cosa accade quando il Paese che ospita il Mondiale può impedire l’ingresso a persone selezionate dalla stessa FIFA? Il caso dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan riapre una domanda scomoda: le discriminazioni e le chiusure che attraversano le società contemporanee stanno entrando anche nel più globale degli sport?

Nel 1936 la Germania nazista ospitò le Olimpiadi di Berlino. Hitler e il suo regime compresero perfettamente che un grande evento sportivo internazionale poteva trasformarsi in una straordinaria operazione di propaganda. Per questo evitarono accuratamente qualsiasi gesto che potesse provocare un boicottaggio o uno scandalo internazionale: furono accolte delegazioni da tutto il mondo, vennero temporaneamente rimossi molti simboli e messaggi antisemiti dagli spazi pubblici e si cercò di presentare all’opinione pubblica internazionale l’immagine di una Germania aperta, moderna e rispettabile.

Naturalmente, dietro quella facciata, la discriminazione esisteva eccome. La quasi totalità degli atleti tedeschi ebrei era stata esclusa dalle squadre nazionali, con poche eccezioni tollerate per ragioni propagandistiche. Ma il regime ebbe cura di non compromettere il carattere internazionale dei Giochi, perché il successo dell’operazione dipendeva proprio dalla partecipazione più ampia possibile.

Novant’anni dopo, alla vigilia dei Mondiali di calcio del 2026 ospitati da Stati Uniti, Canada e Messico, emerge un paradosso che, alla luce di alcune recenti decisioni dell’amministrazione americana, dovrebbe far riflettere gli sportivi e le organizzazioni sportive internazionali.

Il miglior arbitro africano del 2025, il somalo Omar Abdulkadir Artan, ufficialmente designato dalla FIFA per il Mondiale, è stato respinto all’ingresso negli Stati Uniti nonostante fosse in possesso di un visto valido, secondo quanto riportato dalle principali agenzie internazionali. Non potrà quindi partecipare alla competizione. Nello stesso periodo sono emerse segnalazioni di controlli particolarmente severi, ritardi e difficoltà burocratiche che hanno coinvolto persone provenienti da alcuni Paesi partecipanti.

Le due situazioni storiche sono profondamente diverse e non vanno confuse. Nessuno sta sostenendo che gli Stati Uniti del 2026 siano la Germania nazista del 1936. Il paragone non riguarda la natura dei due regimi politici, incomparabili sotto ogni aspetto, ma il diverso modo di concepire il rapporto tra un evento globale e l’accesso ad esso.

A questo punto emerge una domanda difficile da eludere. Perché candidarsi a ospitare il più grande evento sportivo del pianeta se poi si rischia di impedire l’ingresso perfino a persone ufficialmente selezionate dalla FIFA?

Può un Mondiale definirsi davvero “mondiale” se il Paese organizzatore finisce, di fatto, per avere il potere di decidere chi può e chi non può partecipare, anche quando si tratta di arbitri, dirigenti, giornalisti o membri delle delegazioni ufficiali?

E c’è una seconda questione, altrettanto importante. Qual è il ruolo della FIFA in tutto questo?

Se la FIFA sostiene che il calcio appartiene a tutti e che i Mondiali rappresentano un evento universale, dovrebbe limitarsi a prendere atto di queste esclusioni oppure dovrebbe intervenire con fermezza quando una persona da essa stessa selezionata viene respinta alla frontiera del Paese ospitante?

Perché qui non è in discussione soltanto il destino di un arbitro. È in discussione un principio fondamentale: chi decide chi può partecipare a un evento sportivo mondiale? Le istituzioni sportive internazionali oppure le scelte politiche e amministrative dello Stato che lo ospita?

Quando un Paese ospita un evento di carattere globale, l’accesso dei partecipanti non può essere considerato una questione esclusivamente nazionale. È una domanda che riguarda il calcio oggi, ma che potrebbe riguardare qualsiasi grande evento internazionale domani. E merita una risposta chiara.

Pubblicato su: VITA