IL 2 GIUGNO SFILI LA REPUBBLICA CIVILE

2 Giugno 2026

A ottant’anni dalla nascita della Repubblica e di fronte alla corsa al riarmo, è tempo di immaginare una festa nazionale che metta al centro la costruzione della pace e le energie della società civile.

La spettacolare fuga dei cavalli durante le prove della parata militare del 2 giugno a Roma offre un’immagine plastica di una domanda che le società civili dovrebbero tornare a porsi con urgenza, in un tempo segnato dalla crescita delle tensioni internazionali e dal ritorno di una guerra che potrebbe coinvolgere tutti, con conseguenze potenzialmente globali e difficilmente prevedibili.

La parata attraversa uno dei luoghi più simbolici della storia universale: dal Colosseo ai Fori Imperiali, nel cuore della civitas romana, un patrimonio straordinario da custodire, valorizzare e rendere accessibile al mondo.

La domanda va posta senza retorica e senza irrispettosità: perché la Repubblica italiana, a ottant’anni dalla sua nascita e a ottantuno anni dalla fine della guerra sul territorio nazionale, continua a celebrare la propria festa principalmente con una sfilata militare? Perché non immaginare, accanto al doveroso omaggio a chi ha dato la vita per la libertà e accanto al giusto riconoscimento a chi garantisce sicurezza contro criminalità e illegalità, una grande sfilata delle energie civili che hanno contribuito a costruire la Repubblica e continuano a tenerla viva?

La Repubblica non è fatta solo di uniformi. È fatta di scuole, ospedali, università, comuni, volontariato, protezione civile, cooperative sociali, associazioni, ricercatori, educatori, medici, infermieri, magistrati, operatori culturali, insegnanti, imprese responsabili che producono lavoro, innovazione, sviluppo e valore sociale, famiglie, giovani, lavoratori, comunità locali, organizzazioni che accolgono, curano, includono, ricostruiscono legami. È fatta da chi ogni giorno prova a rendere l’Italia più comunità, più integrata, più unita, più saldamente europea e più aperta al mondo, più severa nella difesa della dignità umana e più determinata nella costruzione della pace.

Non si tratta di cancellare la memoria militare della nazione. Si tratta di non lasciare che essa occupi quasi per intero l’immaginario della festa repubblicana. Il 2 giugno potrebbe diventare il giorno in cui l’Italia mostra al mondo non solo la propria capacità di difendersi, ma soprattutto la propria capacità di costruire convivenza.

Una sfilata per la pace, non più soltanto una sfilata militare.

L’esigenza è reale, e oggi è urgente. Viviamo in un tempo paradossale: disponiamo di conoscenze scientifiche, tecnologie, istituzioni internazionali e strumenti di cooperazione senza precedenti; eppure, torna a imporsi l’idea che la sicurezza dipenda soprattutto dalla forza, dal riarmo, dalla preparazione della guerra. Dall’Ucraina al Medio Oriente, dalle tensioni nel Pacifico alla corsa mondiale agli armamenti, il linguaggio della potenza è tornato al centro della scena. La guerra non appare più come il fallimento della politica, ma come una sua opzione ordinaria. L’uso della forza tende a non essere più percepito come extrema ratio, ma come uno strumento tra gli altri.

È proprio questa normalizzazione che va contrastata. La pace non è ingenuità, non è resa, non è indifferenza davanti all’aggressione. È il più difficile e necessario realismo del nostro tempo. Preparare la pace non significa ignorare le minacce, ma affrontarle con politica, diplomazia, diritto, cooperazione, giustizia, sicurezza condivisa, istituzioni capaci di prevenire i conflitti prima che diventino guerre.

Il vecchio motto dice: se vuoi la pace, prepara la guerra. Ma quel motto è nato in un mondo di imperi, sovrani assoluti, eserciti dinastici, sudditi sacrificabili. Oggi, dopo Auschwitz, Hiroshima, il Vietnam, il Ruanda, Sarajevo, Gaza, l’Ucraina, quel motto non basta più. Rischia anzi di diventare una superstizione politica. Preparare la guerra può talvolta dissuadere; solo costruire la pace rende la guerra meno probabile, meno utile, meno pensabile.

La pace non è semplice assenza di combattimenti. Una tregua armata non è pace. Un equilibrio del terrore non è pace. Una popolazione umiliata non è pace. Un confine militarizzato fino all’ossessione non è pace. La pace è presenza: diritto, sicurezza, riconoscimento reciproco, istituzioni credibili, sviluppo, memoria, responsabilità. È la condizione in cui i conflitti, inevitabili in ogni società umana, vengono governati senza trasformarsi in massacri. Ma la pace non si costruisce soltanto nelle istituzioni o nelle cancellerie. Si costruisce anche nella cultura, nell’educazione, nelle comunità, nella capacità di riconoscere nell’altro una persona prima che un avversario.

Per questo il primo disarmo necessario è quello del linguaggio. Ogni guerra è preceduta da parole che degradano, semplificano, disumanizzano. Prima delle armi viene l’abitudine a considerare l’altro una minaccia assoluta. Quando insulto, sospetto e propaganda prendono il posto della realtà, la guerra è già cominciata nella mente dei popoli.

Naturalmente nessuno Stato responsabile può rinunciare alla difesa. Un popolo aggredito non può essere invitato alla resa. Esiste il diritto alla sicurezza, ed esiste il dovere di proteggere i civili. Ma la difesa resta legittima solo se orientata alla pace. Diventa pericolosa quando si trasforma in riarmo permanente, in identità collettiva fondata sulla paura, in interesse economico, nell’unico linguaggio della politica.

Il nostro tempo mostra il paradosso della sicurezza armata: ogni crisi giustifica nuovo riarmo, ogni riarmo viene percepito come minaccia, ogni minaccia alimenta ulteriore escalation. Così la difesa, nata per proteggere, finisce per aumentare l’insicurezza che pretende di contenere. Intanto risorse immense vengono sottratte alla prevenzione dei conflitti, alla cooperazione, alla scuola, alla salute, alla lotta contro la povertà, alla transizione ecologica. Ogni miliardo destinato alla distruzione è un miliardo sottratto alla prevenzione della distruzione.

Preparare la pace significa invece investire in diplomazia preventiva, mediazione, controllo degli armamenti, canali permanenti di comunicazione tra avversari, cooperazione energetica, riduzione delle disuguaglianze, educazione alla convivenza, diritto internazionale effettivo. La diplomazia non è soltanto il tentativo di fermare una guerra già iniziata: è innanzitutto l’arte di impedirne la nascita. Significa riconoscere che la sicurezza non è solo militare: è sociale, economica, ambientale, democratica, culturale. Non può essere pensata soltanto come gestione della paura, ma come costruzione politica della convivenza. Dove crescono povertà, esclusione, umiliazione e assenza di futuro, la pace diventa più fragile e la violenza trova terreno più fertile.

Anche la tecnologia e l’intelligenza generativa devono essere governate democraticamente a questo scopo. Non possono diventare strumenti opachi di manipolazione, sorveglianza, propaganda o guerra automatizzata. Devono essere messe al servizio della conoscenza, della cooperazione e della dignità umana. Una guerra affidata agli algoritmi non sarebbe più razionale: sarebbe più rapida, più opaca, meno responsabile.

L’Italia e l’Europa hanno qui una responsabilità particolare. L’Europa è nata per trasformare un continente di guerre in uno spazio di diritto e cooperazione. Se oggi rinuncia a essere soggetto politico della pace, rischia di diventare soltanto uno spazio geografico attraversato dalle strategie altrui. Una difesa europea può avere senso solo se subordinata a una politica estera comune, democratica, autonoma e orientata alla pace. Altrimenti sarà solo la somma disordinata di nuovi riarmi nazionali.

La Festa della Repubblica dovrebbe dire tutto questo. Dovrebbe mostrare che la forza di un Paese non si misura soltanto dai mezzi che porta in parata, ma dalla qualità dei legami che sa costruire, dalla fiducia che genera, dalla dignità che protegge, dalla cura che organizza, dalla giustizia che rende possibile.

Immaginiamo allora un 2 giugno diverso: rispettoso della memoria di chi ha combattuto per la libertà e riconoscente verso chi garantisce oggi la sicurezza dei cittadini. Ma poi affidato soprattutto alla società civile, alle sue energie migliori: alle scuole, al servizio civile, al volontariato, ai corpi intermedi, alla sanità, alla ricerca, alla cultura, alle imprese e alle capacità produttive del Paese, ai comuni e alle comunità locali, ai giovani che costruiscono il futuro, a tutte le donne e gli uomini che ogni giorno tengono viva la Repubblica, ne rafforzano la democrazia, ne rendono effettiva la giustizia e ne costruiscono il bene comune attraverso il lavoro, la conoscenza, la cura e la solidarietà.

Non sarebbe una festa meno solenne. Sarebbe una festa più repubblicana.

Perché la Repubblica, se vuole onorare davvero sé stessa, deve mostrare ciò che la tiene in piedi ogni giorno: non solo la capacità di difendersi, ma la volontà di vivere insieme. Non solo l’orgoglio della nazione, ma la responsabilità verso il mondo. Non solo la memoria della guerra che fu necessaria per liberarci, ma l’impegno quotidiano perché la guerra non torni a essere il destino dei popoli.

Se vogliamo la pace, prepariamo la pace. Mostriamolo anche il 2 giugno.