L’attacco al Gay Pride di Berlino pare essere un crimine jihadista e come tale va chiamato e condannato, senza esitazioni e senza attenuanti. Una donna è stata uccisa e 29 persone sono rimaste ferite. Le autorità tedesche parlano di terrorismo islamista e il giovane sospettato era già noto agli apparati di sicurezza per la sua radicalizzazione.
Ma proprio davanti a fatti così gravi dovremmo evitare il riflesso che in Italia ci riesce fin troppo bene: dividerci immediatamente in tifoserie. Da una parte chi usa ogni crimine compiuto da un estremista islamista per mettere sotto accusa l’immigrazione, l’Islam, l’integrazione e, magari, milioni di persone che con quel crimine non hanno nulla a che vedere. Dall’altra chi, per timore di alimentare razzismo e xenofobia, sembra quasi avere difficoltà a riconoscere che il jihadismo esiste, che rappresenta una minaccia reale e che va combattuto anche con gli strumenti della sicurezza, dell’intelligence e della repressione.
Sono due semplificazioni opposte. E le semplificazioni, quando riguardano problemi così complessi, impediscono di capire e quindi di agire.
Mi ha colpito per questo la riflessione pubblicata su fb dall’attrice Sara El Debuçh, italiana nata da genitori siriani, musulmana, che racconta in prima persona le crisi identitarie attraversate da ragazza: il sentirsi parte del Paese in cui si è nati e cresciuti e, contemporaneamente, percepirsi talvolta guardati come estranei. Bullismo, umiliazioni, domande dolorose sull’appartenenza. «È proprio lì che si infilano gli estremismi», scrive. Non sta giustificando nessuno. E sarebbe profondamente sbagliato leggerla così. Sta cercando di capire e di comunicare il proprio vissuto.
Le organizzazioni jihadiste sanno utilizzare la solitudine, il rancore, le crisi identitarie, il bisogno di appartenenza. Offrono un’identità assoluta a chi vive un’identità ferita. Trasformano una frustrazione in odio, indicano un nemico, promettono una comunità e uno scopo. Poi possono trasformare una persona fragile in un assassino. Ci riescono puntando proprio sulle persone più vulnerabili psicologicamente e socialmente, facendo leva su esperienze, reali o percepite, di esclusione e di mancata appartenenza.
Questo non diminuisce di un grammo la responsabilità di chi uccide. Cercare di comprendere le cause di un crimine non significa assolvere chi lo commette. Significa provare a impedire che altri lo commettano, cercando di capire anche ciò che può favorire la radicalizzazione e intervenendo prima che sia troppo tardi.
È anche il ragionamento che ho cercato di sviluppare in Non più stranieri, non ancora italiani. Cittadini sospesi, breve saggio dedicato alle nuove generazioni con origini transnazionali. Molti ragazzi sono nati qui, parlano italiano come noi, hanno frequentato le nostre scuole, condividono vita, amicizie e aspirazioni dei loro coetanei, ma continuano a sentirsi guardati come appartenenti a un altro mondo. Nel libro pongo proprio la questione del riconoscimento reciproco e della pari dignità: sentirsi permanentemente «diversi» può alimentare isolamento e indebolire un senso di appartenenza che esiste, talvolta in modo intenso, ma non sempre viene pienamente riconosciuto.
Naturalmente la cittadinanza non è un vaccino contro il terrorismo, né l’esclusione sociale produce automaticamente radicalizzazione. Sarebbe un’altra banalizzazione. La grandissima maggioranza dei giovani che sperimentano discriminazioni, difficoltà o crisi identitarie non diventa violenta. È importante dirlo con la stessa chiarezza con cui condanniamo il jihadismo. Ma una politica seria deve domandarsi dove e come gli estremismi riescano a reclutare.
Sara El Debuçh lo dice con una formula semplice: «L’inclusione non è buonismo». È prevenzione. E inclusione non significa relativismo, né rinuncia ai nostri principi. Significa costruire una comunità democratica nella quale tutti possano riconoscersi, fondata sulla Costituzione, sui diritti e sui doveri, sul rispetto della libertà e della dignità di ogni persona. Anche per questo l’aggressione contro persone lgbt+ è incompatibile, senza alcuna ambiguità, con i valori della nostra società. Scuola, famiglia, cultura, sport, lavoro, associazionismo, relazioni sociali, riconoscimento, responsabilità, diritti e doveri condivisi non sono l’alternativa alla sicurezza. Sono parte di una politica di sicurezza capace anche di prevenire.
Ed è questo forse il punto politico che tragedie come quella di Berlino dovrebbero aiutarci a comprendere. Uno Stato democratico deve essere fermissimo contro chi predica odio, pratica violenza o nega le libertà fondamentali, compresa quella delle persone lgbt+. Ma deve essere altrettanto determinato nel non lasciare intere generazioni in terre di nessuno identitarie e sociali. E questo non riguarda soltanto i giovani con origini transnazionali. Solitudine, marginalità, disorientamento e bisogno di appartenenza attraversano oggi anche molti giovani italiani: gli estremismi, di qualsiasi segno, possono trovare terreno proprio in queste fratture.
Occorrono meno tifoserie e più politica. E meno tifoserie significa, in positivo, costruire un impegno comune: tra maggioranza e opposizione, ma anche tra istituzioni e società civile. Prevenire gli estremismi richiede scelte anche difficili, continuità nel tempo e responsabilità condivise. Perché gridare dopo un attentato è facile. Impedire che maturino le condizioni nelle quali un estremismo omicida può trovare ascolto è molto più difficile. Ma è esattamente ciò che una società lungimirante deve provare a fare, senza illudersi che basti aumentare la repressione.
Pubblicato su: VITA