Dall’«amore organizzato» delle associazioni al governo delle migrazioni

6 Luglio 2026

Stefano Arduini, Direttore di VITA, ha evidenziato che uno dei passaggi più significativi dell’omelia pronunciata a Lampedusa è quello in cui Leone XIV ringrazia «volontari, associazioni, raccolte nel Forum Lampedusa Solidale, istituzioni civili, Guardia Costiera, sindaci». E aggiunge: «Tra voi è l’amore a essersi organizzato». Non l’amore come sentimento, non la compassione come stato d’animo momentaneo, ma l’amore come infrastruttura. Come rete sociale. Come prospettiva politica per un’Europa capace di scegliere. Chiudendo l’articolo con una sollecitazione: «A Lampedusa, da tempo, questa corresponsabilità ha già un nome e una forma organizzata. Al resto del Paese, e dell’Europa, tocca decidere se imparare da lì». Nell’articolo che segue, cerco di esplicitare questa sollecitazione.

L’editoriale di Stefano Arduini su VITA coglie uno dei messaggi più profondi della visita di Leone XIV a Lampedusa: l’amore, per essere efficace, deve organizzarsi. È ciò che accade ogni giorno sull’isola, dove volontari, guardia costiera, operatori sanitari, associazioni, istituzioni e comunità locale collaborano per salvare vite umane. È quella rete che il Papa ha definito con una felice espressione: amore organizzato.

Ma se l’amore deve organizzarsi, anche la politica deve farlo, con una visione capace di governare la complessità del fatto migratorio. È questo il passo che oggi ancora manca all’Italia e all’Europa: passare da una politica prevalentemente orientata alla gestione dell’immigrazione irregolare, dominata dalla prospettiva della sicurezza, a una vera politica di governo delle migrazioni.

Da oltre vent’anni il dibattito pubblico oscilla tra due rappresentazioni opposte e ugualmente parziali. Da una parte l’immigrazione è letta quasi esclusivamente nella sua dimensione umanitaria e solidaristica; dall’altra viene ricondotta soprattutto a un problema di sicurezza. Entrambe colgono aspetti reali, ma nessuna riesce a restituire la natura del fenomeno.

Le migrazioni non sono una parentesi della storia contemporanea. Sono una componente strutturale del XXI secolo. Guerre, persecuzioni, disuguaglianze, cambiamenti climatici, dinamiche demografiche e mobilità alla ricerca di migliori condizioni di vita continueranno ad alimentarle.

Nello stesso tempo l’Italia, come gran parte dell’Europa, è un Paese che invecchia, perde popolazione attiva e ha bisogno di lavoratori in molti settori essenziali dell’economia e del welfare. Continuare a rispondere con strumenti emergenziali privi di una strategia di lungo periodo significa affrontare una realtà permanente con politiche inevitabilmente provvisorie.

Negli ultimi anni ha prevalso soprattutto l’approccio della sicurezza: controlli, respingimenti, trattenimenti, rimpatri. Sono strumenti che nessuno Stato può ignorare. Ma la sicurezza non può diventare l’unico criterio sul quale costruire una politica migratoria. È uno degli obiettivi che una buona politica deve conseguire, non la politica stessa. Quando tutto viene letto attraverso questa sola lente, si interviene sugli effetti più visibili del fenomeno, lasciandone irrisolte le cause e trascurandone la gestione complessiva, che richiede politiche differenziate e coordinate, nel rispetto dei diritti umani e delle garanzie costituzionali.

Lo dimostra innanzitutto il modo in cui si parla di immigrazione. Gli sbarchi occupano quasi interamente il dibattito pubblico, ma rappresentano solo una parte dei movimenti migratori. Esistono gli ingressi per lavoro, per studio, per ricongiungimento familiare e per chiedere protezione internazionale. Esistono migliaia di persone che entrano regolarmente e diventano irregolari successivamente, perché perdono il lavoro, non riescono a rinnovare il permesso di soggiorno, rimanendo troppo spesso intrappolate in procedure amministrative lente e incoerenti. L’irregolarità, dunque, non nasce soltanto alle frontiere, ma anche all’interno del sistema.

È qui che emerge uno dei principali limiti della politica italiana. Si discute molto, e giustamente, di come impedire gli ingressi irregolari, molto meno di come rendere realmente possibili quelli regolari, oggi legati a un improbabile click a data prefissata.

L’Italia ha programmato mezzo milione di ingressi per lavoro nel triennio 2026-2028, riconoscendo implicitamente che il sistema produttivo ha bisogno di manodopera straniera. Ma ne affida la gestione ai click day: una procedura amministrativa che non mette realmente in relazione domanda e offerta di lavoro, premia la velocità informatica anziché il fabbisogno reale delle imprese, favorisce intermediazioni opache e riesce a trasformare in occupazione regolare solo una parte limitata delle quote autorizzate. Non è l’idea degli ingressi programmati ad aver fallito. È il modo in cui sono organizzati.

Per questo non basta correggere qualche procedura. Occorre ripensare una normativa costruita oltre vent’anni fa, in un contesto storico completamente diverso. Una nuova legge dovrebbe aprire canali regolari realmente funzionanti, programmati sulla base dei bisogni del Paese o di accordi bilaterali con Stati partner, accompagnando gli ingressi con percorsi di formazione nei Paesi di origine, favorendo l’inserimento lavorativo e sociale fin dall’arrivo in Italia e, per chi ne ha titolo, i ricongiungimenti familiari.

Ma il problema non riguarda soltanto l’Italia. Anche l’Europa continua ad affrontare prevalentemente l’immigrazione come problema di sicurezza e di contenimento. Il nuovo Patto su migrazione e asilo concentra l’attenzione soprattutto sulle procedure di frontiera, sui controlli, sui trattenimenti, sui rimpatri e, sempre più, sull’esternalizzazione delle responsabilità. Le recenti proposte relative ai return hubs ne rappresentano l’espressione più evidente. Ancora prima dei seri problemi di compatibilità giuridica, esse rivelano un limite politico: questa non è la strada per governare le migrazioni. È la strada per cercare di spostarne altrove gli effetti più problematici, scaricando sui Paesi più fragili responsabilità che l’Europa dovrebbe invece assumere direttamente. E si continua a costruire una politica incentrata sull’immigrazione irregolare senza costruire, nello stesso tempo, una vera politica delle migrazioni.

Governare le migrazioni è un dovere al quale la politica non può più sottrarsi. Significa affrontare il fenomeno nella sua complessità e partire da domande diverse da quelle che hanno guidato finora il dibattito pubblico. Quale società vogliamo costruire se la libertà di circolazione è riconosciuta soprattutto alle merci e ai capitali? Può dirsi davvero liberale un sistema che costringe milioni di persone a mettere a rischio la propria vita o a subire violenze e torture lungo le rotte migratorie? Significa inoltre preparare l’Italia e l’Europa a una mobilità sempre più pluridirezionale, con flussi in entrata e in uscita, che caratterizzerà i prossimi decenni e dovrà essere governata in modo ordinato, regolare, sicuro e rispettoso della dignità delle persone.

Da queste domande discendono scelte precise. Governare le migrazioni non significa aprire indiscriminatamente le frontiere né rinunciare alle regole in materia di accoglienza. Significa definire regole chiare, efficaci e basate sui principi della tutela della vita, della dignità di ogni essere umano e del riconoscimento dei diritti fondamentali, come sancito dalla nostra Costituzione. Significa tenere insieme, in un’unica strategia, ciò che oggi affrontiamo separatamente: ingressi regolari, diritto d’asilo, integrazione, sicurezza, cooperazione internazionale, partenariati con i Paesi di origine. Nessuna di queste misure, da sola, è sufficiente. È la loro integrazione in una strategia coerente che può trasformare una politica dell’emergenza in una politica di governo delle migrazioni. Solo su queste basi, e possibilmente con un ampio consenso tra le forze politiche, sarà possibile definire quei limiti e quelle misure di contenimento e sicurezza che ogni Stato ha il diritto e il dovere di adottare.

Lo stesso dovrà valere in ambito europeo. Le politiche comuni dovrebbero affiancare al controllo delle frontiere una vera politica delle migrazioni, fondata su canali regolari di ingresso, cooperazione con i Paesi di origine e di transito, formazione professionale, responsabilità condivise tra gli Stati membri e procedure di asilo rapide ed eque.

Ma il governo delle migrazioni non termina alla frontiera. Occorre investire seriamente nell’integrazione e nella partecipazione alla comunità. Lingua, scuola, lavoro, casa, partecipazione civica non sono politiche accessorie: sono il luogo nel quale si costruiscono sicurezza, coesione sociale e legalità. Per i richiedenti asilo e i rifugiati ciò significa anche rafforzare in Italia il Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI), che negli anni ha dimostrato di essere lo strumento più efficace per accompagnare percorsi di autonomia e inclusione nei territori. Queste competenze, relative all’accoglienza e all’integrazione, restano in larga parte nazionali, ma l’Unione europea dovrebbe definirne con maggiore chiarezza gli indirizzi strategici e le priorità comuni.

Occorre, infine, collocare la cooperazione internazionale dentro una visione nuova. Per troppo tempo si è pensato che il suo compito fosse soprattutto quello di ridurre le partenze. L’esperienza dimostra che il rapporto tra migrazioni e sviluppo è molto più complesso. L’obiettivo realistico non è impedire la mobilità umana, ma governarla meglio, rendendola più regolare, più sicura e capace di produrre benefici condivisi per i Paesi di origine e di destinazione. È questa la prospettiva indicata anche dalle Linee guida italiane sul nesso migrazione-sviluppo e coerente con un partenariato tra pari che l’Italia e l’Unione europea stanno cercando di costruire nei rapporti con i Paesi africani.

Una politica di questo tipo non può essere affidata quasi esclusivamente al Ministero dell’Interno. Riguarda il lavoro, gli affari esteri, la cooperazione allo sviluppo, la formazione, la sicurezza, la cittadinanza, l’integrazione, le politiche europee. È una politica dell’intero Governo, sotto una regia unitaria. E richiede una governance stabile, capace di coinvolgere anche Regioni, Comuni, parti sociali, imprese, università, terzo settore e comunità diasporiche. Le migrazioni sono troppo importanti per essere affrontate separando competenze che dovrebbero invece concorrere a un’unica strategia.

La visita di Leone XIV non indica alla politica un programma di governo. Richiama però alcuni principi fondamentali dai quali nessuna politica sulle migrazioni può prescindere. Anche le decisioni mancate producono conseguenze: alimentano l’irregolarità, favoriscono lo sfruttamento, rafforzano i trafficanti, accrescono le paure e rendono più difficile la convivenza.

Lampedusa dimostra ogni giorno che l’amore riesce a organizzarsi. Ora spetta alla politica dimostrare di saper organizzare una politica delle migrazioni all’altezza del nostro tempo. Perché la vera alternativa non è tra accoglienza e chiusura delle frontiere. È tra una politica che continua a inseguire le emergenze e una politica che governa le migrazioni tenendo insieme legalità e diritti, sicurezza e integrazione, cooperazione e sviluppo. Una politica che non guardi alle migrazioni come a un problema da spostare altrove, ma come a una realtà strutturale da governare con responsabilità, lungimiranza e coraggio.

L’amore organizzato salva vite. Una politica organizzata può dare alle migrazioni una direzione e una responsabilità comune, per renderle più ordinate, più regolari e più rispettose della dignità delle persone. È questo il passaggio che oggi Lampedusa chiede all’Italia e all’Europa.

Pubblicato su: VITA