QUANDO LA SOFFERENZA UMANA DIVENTA SECONDARIA: QUALE FUTURO PER L’AZIONE UMANITARIA?

13 Ottobre 2026

Nino Sergi e Kostas Moschochoritis per VITA Società Editoriale

Guerre, interessi geopolitici e contrapposizioni internazionali relegano sempre più in secondo piano la sofferenza delle persone e il dovere di soccorrerle. Si restringono gli spazi dell’aiuto, si indebolisce la protezione dei civili e vengono contestate regole un tempo largamente condivise. Il 15 ottobre, all’Ara Pacis di Roma, il Congresso umanitario di INTERSOS si interrogherà su questa crisi e sulle possibili risposte.

Nel 1999 INTERSOS, riflettendo sulle guerre degli anni precedenti, denunciava che «l’accesso alle vittime è usato ormai come arma da guerra». Impedire l’arrivo dei soccorsi significava privare le popolazioni dell’assistenza necessaria, ma anche allontanare testimoni scomodi. Era una constatazione grave, che metteva in discussione uno dei presupposti dell’azione umanitaria: anche nelle guerre più violente esistono limiti da rispettare e persone che devono poter essere soccorse.

A quasi trent’anni di distanza, quella denuncia appare ancora più attuale. Non soltanto perché l’accesso alle popolazioni continua spesso a essere impedito, ma perché si sono moltiplicati gli ostacoli che rendono difficile, talvolta impossibile, prestare soccorso. Alle armi si aggiungono restrizioni politiche, impedimenti amministrativi, normative antiterrorismo, sanzioni, diffidenza verso le organizzazioni internazionali, riduzioni e improvvise interruzioni dei finanziamenti.

Ma ciò che maggiormente interroga è il progressivo indebolimento della protezione dei civili e di quanti cercano di assisterli. La sofferenza delle popolazioni sembra sempre più spesso subordinata agli obiettivi militari, alle convenienze politiche e agli interessi geopolitici. Il dovere del soccorso, pur riconosciuto dalle regole internazionali, incontra ostacoli crescenti proprio quando dovrebbe prevalere su ogni altra considerazione.

Non è soltanto lo spazio umanitario a restringersi. È messa alla prova la volontà della comunità internazionale di riconoscere limiti alla violenza e responsabilità comuni.

Soccorrere non significa schierarsi

L’accesso umanitario non è soltanto far passare un convoglio o ottenere un’autorizzazione. Richiede una progressiva conoscenza delle realtà locali, la costruzione di rapporti di fiducia, l’interlocuzione con chi esercita il potere sul territorio e garanzie di sicurezza per le persone colpite e per gli operatori umanitari.

Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa, nel 2025 circa 204 milioni di persone vivevano in aree controllate o contese da gruppi armati. Raggiungerle significa spesso dover dialogare con soggetti che la comunità internazionale considera ostili o illegittimi. INTERSOS lo aveva chiarito già nel 2006: interloquire non significa identificarsi con le parti. Significa comprendere le condizioni delle popolazioni e cercare di proteggerle. Una distinzione essenziale, che oggi rischia di essere oscurata dalla logica delle contrapposizioni.

Anche le normative antiterrorismo e i regimi sanzionatori possono ostacolare operazioni umanitarie legittime. Banche, fornitori e intermediari rinunciano talvolta a operare per timore di conseguenze legali. Si produce così un paradosso: nel tentativo di isolare politicamente un gruppo armato si finisce per isolare anche la popolazione sotto il suo controllo, estranea alle sue azioni. Le esenzioni umanitarie introdotte dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea rappresentano un correttivo importante, ma devono poter funzionare concretamente.

Quando anche chi soccorre diventa una vittima

In Sudan la guerra ha provocato milioni di sfollati, distrutto servizi essenziali e reso sempre più difficile raggiungere le popolazioni. Nel vicino Sud Sudan, nei primi sette mesi del 2026, sono stati uccisi 36 operatori e collaboratori umanitari. In Ucraina, nello stesso periodo, sono stati registrati 168 incidenti relativi all’accesso umanitario, con sette operatori uccisi e diciannove feriti. Tra le vittime vi è stato anche Volodymyr Shpek, operatore di INTERSOS, morto dopo essere stato colpito da un drone. A Gaza, dove la devastazione delle infrastrutture civili e sanitarie ha assunto dimensioni eccezionali, alla fine di aprile 2026 le Nazioni Unite registravano almeno 593 operatori umanitari uccisi dall’ottobre 2023. Nel mondo, oltre mille operatori uccisi in tre anni, quasi il triplo del triennio precedente.

Questi dati pongono interrogativi che vanno oltre la sicurezza degli operatori umanitari. Riguardano la protezione dei civili, del personale sanitario, dei giornalisti, di quanti non partecipano alle ostilità. E soprattutto l’effettiva capacità del diritto internazionale umanitario di limitare la violenza della guerra.

Quel diritto impone obblighi precisi a tutte le parti, senza eccezioni: le violazioni commesse da una parte non possono giustificare quelle dell’altra né attenuarne le responsabilità. Eppure, assistiamo non soltanto a ripetute violazioni delle regole, ma anche alla contestazione delle istituzioni chiamate ad accertarle. Le sanzioni statunitensi contro giudici e funzionari della Corte penale internazionale sono un segnale particolarmente grave.

Che cosa rimane di un ordine internazionale fondato su regole comuni se gli Stati ne riconoscono l’autorità soltanto quando le decisioni coincidono con i propri interessi?

La neutralità umanitaria non significa indifferenza verso le violazioni del diritto. Resta però, per le organizzazioni umanitarie, il difficile equilibrio tra testimoniare e denunciare e mantenere l’accesso alle popolazioni.

Sovranità, legittimità e ruolo degli attori locali

La crisi dello spazio umanitario assume forme diverse. In alcuni Paesi del Sahel, come Burkina Faso, Mali e Niger, crescono le rivendicazioni di sovranità e la diffidenza verso parte della presenza internazionale. Le organizzazioni umanitarie possono essere percepite come espressione degli interessi dei governi che le finanziano.

Questi interrogativi non possono essere liquidati come semplice propaganda. Riguardano anche la storia delle relazioni internazionali, la distribuzione del potere e la partecipazione delle società locali. Ma il rispetto della sovranità non può trasformarsi nella subordinazione dell’assistenza umanitaria alle convenienze politiche.

Occorre costruire legittimità attraverso l’indipendenza dell’azione umanitaria, il rapporto di fiducia con le comunità e il rafforzamento delle organizzazioni locali. Affidare loro maggiori responsabilità senza risorse adeguate e reale potere decisionale significa rischiare di esporle a pericoli che non sono messe in condizione di affrontare.

La scelta politica di ridurre gli aiuti

Un’altra trasformazione riguarda le risorse. La drastica contrazione dell’assistenza internazionale statunitense avviata nel 2025 ha provocato interruzioni di programmi, licenziamenti e riduzioni della capacità operativa in molti Paesi.

La questione non riguarda soltanto la disponibilità di denaro. Le decisioni di pochi governi possono compromettere in poche settimane un sistema umanitario costruito in decenni, lasciando senza assistenza persone già estremamente vulnerabili. È necessario renderlo più efficiente, ridurre duplicazioni e ampliare la base dei finanziatori. Ma non si può confondere il miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza del sistema umanitario con il suo ridimensionamento imposto dalla diminuzione delle risorse stanziate. Le conseguenze sono particolarmente gravi nella sanità: nelle crisi prolungate non basta curare i feriti, occorre anche preservare ospedali, vaccinazioni e servizi essenziali per garantire la continuità delle cure.

Anche fuori dai conflitti armati, come mostra Cuba, sanzioni e restrizioni economiche possono aggravare le condizioni della popolazione e ostacolare l’assistenza. La finalità politica di una misura non dovrebbe mai dispensare dal valutarne e limitarne le conseguenze umanitarie.

Uno spazio da difendere, responsabilità da ricostruire

Le crisi non sono sovrapponibili. Differiscono per cause, responsabilità e condizioni operative. Mostrano però come la possibilità di raggiungere le popolazioni, la protezione dei civili e la legittimità dell’azione umanitaria siano diventate dimensioni strettamente intrecciate di una crisi più generale.

È questo lo scenario nel quale si svolgerà, il 15 ottobre all’Ara Pacis di Roma, la quinta edizione del Rome Humanitarian Congress di INTERSOS, appuntamento annuale di approfondimento, confronto e ricerca di proposte per affrontare le sfide dell’azione umanitaria.

Gli interrogativi sono impegnativi. Come mantenere aperto l’accesso e dialogare con tutte le parti senza diventarne strumenti né identificarsi con esse? Come impedire che l’isolamento politico e finanziario di un gruppo armato diventi isolamento umanitario delle popolazioni? Come rafforzare gli attori locali trasferendo effettivo potere decisionale e risorse, senza scaricare su di loro soltanto rischi? Come evitare che sanzioni dirette contro un governo aggravino le condizioni della popolazione? Come rispondere all’emergenza senza lasciare sistemi sanitari ancora più fragili? Come rendere più efficace l’azione umanitaria senza trasformare la scarsità delle risorse nell’accettazione della rinuncia? Come proteggere i civili quando le norme che dovrebbero proteggerli vengono ripetutamente violate?

Non esistono risposte semplici, né possono darle da sole le organizzazioni umanitarie. Servono scelte operative e soprattutto responsabilità degli Stati, dei donatori e delle istituzioni internazionali. Molti dei principi e degli strumenti necessari esistono già. Il problema è renderli effettivi in un mondo più frammentato, nel quale la sofferenza delle persone rischia di contare sempre meno nelle decisioni che ne determinano la vita.

La questione, in definitiva, va oltre il futuro dell’aiuto umanitario. Riguarda la direzione nella quale si stanno muovendo le relazioni internazionali: verso un mondo in cui il rispetto delle regole e il soccorso a chi soffre continuano a rappresentare responsabilità comuni, oppure verso un mondo nel quale anche questi obblighi diventano subordinati ai rapporti di forza e alle convenienze del momento.

Approfondimento: LO SPAZIO UMANITARIO: DA FRAGILE A CONTESTATO. COME USCIRNE?