Dieci domande e risposte sul futuro della cooperazione e dell’aiuto umanitario e sulla responsabilità delle organizzazioni della società civile in un mondo cambiato.
Le organizzazioni della società civile (Osc) sono forti nell’azione, ma ancora deboli nella capacità di incidere sulle scelte politiche. Di fronte ai cambiamenti del mondo e alle difficoltà crescenti della cooperazione internazionale, ho scelto di interrogarmi su questa debolezza e sulla necessità di una maggiore unità, partendo da alcune osservazioni sul contesto e proseguendo con dieci domande e risposte di un’intervista immaginata.
Le previsioni di bilancio 2027-2029 riducono gli stanziamenti del programma di cooperazione allo sviluppo del MAECI, assegnati alla Direzione generale DGCS, di oltre 200 milioni di euro annui rispetto a quanto previsto nel precedente bilancio pluriennale 2026-2028. Si tratta di una riduzione netta, indipendentemente dalle ragioni che l’hanno determinata. Risulta invece in buona misura salvaguardata la quota di tale stanziamento destinata all’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS) per l’attuazione degli interventi di cooperazione. A questo si aggiunge che un quarto dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) italiano continua a essere contabilizzato per l’accoglienza dei richiedenti asilo in Italia: risorse destinate a interventi sul territorio nazionale per finalità diverse dallo sviluppo dei Paesi partner, pur essendo conteggiate come aiuto allo sviluppo. Secondo l’OCSE, nel 2024 queste spese hanno rappresentato il 53,9% dell’APS bilaterale lordo italiano. Le risorse effettivamente disponibili per la cooperazione internazionale risultano sempre più insufficienti, specie se valutate in rapporto agli impegni crescenti, con un maggior numero di Paesi nei quali operare e di soggetti che attuano gli interventi.
E ciò avviene proprio mentre il contesto internazionale rende la cooperazione e l’aiuto umanitario ancora più necessari e, al tempo stesso, più difficili. Il mondo è cambiato e continua a cambiare più rapidamente di quanto riusciamo a comprenderne la portata e ad adeguare le nostre risposte. Si stanno trasformando gli equilibri internazionali, il ruolo del diritto, il significato stesso della sicurezza, della solidarietà e del bene comune. A questo si aggiunge la concentrazione del potere legato all’intelligenza artificiale nelle mani di pochi grandi gruppi tecnologici, con risorse finanziarie, infrastrutture e capacità di influenza tali da condizionare le scelte degli Stati e incidere sul futuro della democrazia e degli equilibri sociali. Non mancano segnali importanti di reazione democratica, come il recente voto dei cittadini americani contro le politiche di Trump e le mobilitazioni e le scelte elettorali che, in diverse parti del mondo, contrastano esclusioni, autoritarismi e nazionalismi. Sono segnali che possono contribuire a restituire centralità al diritto, alle regole condivise e alla diplomazia.. Ma le conseguenze delle politiche disgregative sono profonde e diffuse: non sarà semplice ricostruire una cultura del rispetto, del diritto e della responsabilità comune. Anche le Osc sono quindi chiamate a ripensare il proprio ruolo e a sviluppare nuove capacità di proposta e di iniziativa politica.
La necessità di interrogarsi. Da queste domande e risposte è nato anche un documento di analisi e proposta che sottoporrò ai responsabili delle reti AOI, CINI, LINK2007 e del network Concord Italia, con l’auspicio che si possa aprire un confronto ampio e concreto all’interno delle singole reti e tra tutte le organizzazioni interessate. Le riflessioni che propongo intendono contribuire a un confronto comune, oggi più che mai necessario. Non si tratta semplicemente di tornare a discutere di unità delle Osc. Il punto è capire se, di fronte alle trasformazioni in atto, possiamo ancora permetterci di affrontare le sfide del presente e del futuro con gli strumenti, gli assetti e le separazioni del passato.
1. Le Osc salvano vite, difendono diritti, promuovono sviluppo e hanno costruito un patrimonio straordinario di esperienze e competenze. Eppure, sostieni che tutto questo, oggi, non basta più. Non è un giudizio troppo severo?
Le Osc italiane svolgono un lavoro di grande valore. Operano nelle emergenze e nei processi di sviluppo, sostengono comunità, costruiscono partenariati e legami duraturi. Hanno acquisito competenze e credibilità riconosciute internazionalmente. Non mancano limiti e insufficienze, ma il patrimonio costruito è straordinario e va valorizzato. Dobbiamo tuttavia prendere atto di un paradosso. Siamo diventati sempre più capaci di intervenire nelle crisi, senza acquisire un corrispondente peso politico sulle decisioni che contribuiscono a determinarle; possiamo realizzare ottimi progetti, ottenere finanziamenti e riconoscimenti, mentre la cooperazione perde centralità e molte scelte internazionali vanno in direzione opposta ai valori che cerchiamo di affermare. Non basta più fare bene ciò che facciamo. Dobbiamo anche riuscire a incidere sulle politiche.
2. Guerre, violazioni dei diritti, interessi di potenza non sono certo una novità. Che cosa rende la situazione attuale così diversa e preoccupante?
Per decenni, pur tra contraddizioni e violazioni, si è potuto fare riferimento a principi riconosciuti: la Carta delle Nazioni Unite, il diritto internazionale, la protezione dei civili, i diritti umani, il multilateralismo, il principio che la forza dovesse essere limitata dal diritto. Ma oggi è questo stesso riferimento a essere apertamente contestato. Chi avrebbe immaginato che si sarebbe arrivati a imporre sanzioni contro giudici e funzionari della Corte penale internazionale nella loro funzione? O che la protezione dei civili e l’accesso umanitario potessero essere violati così frequentemente, con reazioni deboli, quando non assenti, anche da parte dell’Unione europea e dei suoi Stati membri? Gli interessi di potenza e la competizione geopolitica prevalgono sempre più sulle regole condivise. Il riarmo viene presentato come risposta privilegiata all’insicurezza, mentre diplomazia, prevenzione dei conflitti e cooperazione faticano a rimanere priorità. La stessa cooperazione rischia di essere subordinata a obiettivi di sicurezza, controllo delle migrazioni e influenza geopolitica, perdendo autonomia e allontanandosi dalle proprie finalità. Cresce inoltre il peso dei grandi interessi economici privati sulle decisioni pubbliche. Non sono tendenze uniformi né irreversibili. Ma se vengono indeboliti i principi che danno senso alla cooperazione e all’aiuto umanitario, non possiamo limitarci a difendere i nostri programmi. Dobbiamo contribuire a difendere politicamente quei principi.
3. Le Osc sono ascoltate dalle istituzioni, partecipano ai tavoli di confronto, ottengono riconoscimenti. Non è già questo un segno della loro influenza politica?
È certamente un segno di riconoscimento, ma non necessariamente di reale influenza politica. Le organizzazioni e le loro reti hanno promosso campagne, ottenuto risultati normativi, costruito relazioni istituzionali e assunto posizioni importanti. Sarebbe ingiusto ignorarlo. Ma dovremmo interrogarci più a fondo sui risultati raggiunti. Quanto abbiamo realmente contribuito a orientare le scelte politiche italiane ed europee? Quanto siamo riusciti a rendere la cooperazione una priorità stabile? E, allargando lo sguardo, quanto incidiamo sulle decisioni relative alla giustizia internazionale, alle disuguaglianze, alla protezione dei civili e alla pace? Non basta contare gli incontri istituzionali, i documenti sottoscritti o i riconoscimenti ricevuti. Dobbiamo valutare i risultati politici effettivi. Politici nel senso della polis, come responsabilità verso la comunità e il bene comune. Il rischio è diventare sempre più necessari per affrontare le conseguenze delle guerre, della povertà e delle ingiustizie, ma sempre meno influenti sulle decisioni che potrebbero prevenirle o attenuarle. Essere riconosciuti come ottimi soggetti attuatori non significa riuscire a incidere sulle decisioni politiche.
4. Ma non chiedi troppo alle Osc? Devono trovare finanziamenti, garantire il lavoro, mantenere gli impegni con le comunità. Possono davvero permettersi di dedicare più energie alle politiche?
Ogni organizzazione ha responsabilità verso le comunità, i partner, i propri operatori. Deve garantire continuità, competenze e risorse. Il problema nasce quando la difesa delle singole organizzazioni, delle reti edei rispettivi spazi di rappresentanza prevale sull’impegno a costruire una forza politica collettiva. Non dobbiamo contrapporre la qualità dell’azione alla difesa dei valori che la ispirano e che oggi sono messi in discussione. Sono due dimensioni della stessa missione. Dovremmo chiederci quanto le nostre priorità siano ancora determinate dalla missione che ci siamo dati e quanto finiscano per essere condizionate dai bandi e dai finanziatori. I finanziamenti sono indispensabili, ma non possono sostituire la nostra capacità di contribuire alla definizione delle politiche e delle priorità della cooperazione, comprese le scelte dei Paesi e delle aree di intervento. È anche qui che una rappresentanza unitaria delle Osc potrebbe fare la differenza, creando le condizioni per una vera coprogrammazione con le istituzioni. Anche le istituzioni dovrebbero riconoscere in una società civile autonoma, capace di avanzare proposte e, quando necessario, di dissentire, una risorsa per il Paese. Grazie ai rapporti umani e di fiducia che costruiscono con le persone e le comunità, le Osc possono contribuire a rafforzare l’orientamento dell’azione pubblica verso i bisogni reali. Non semplicemente lavorando per le istituzioni, ma anche con le istituzioni, sempre nell’interesse delle comunità.
5. Le reti esistono, collaborano, sottoscrivono documenti comuni. Non è già questa una forma di unità? Che cosa manca ancora?
Manca una rappresentanza realmente unitaria, stabile e autorevole, nella quale le diverse organizzazioni e reti possano riconoscersi, assumere decisioni comuni e sostenerle con continuità e maggiore forza politica. La frammentazione italiana rappresenta un’anomalia anche nel panorama europeo. In molti Paesi le organizzazioni della cooperazione internazionale fanno riferimento a una rete nazionale di rappresentanza: Coordination Sud in Francia, VENRO in Germania, La Coordinadora in Spagna, BOND nel Regno Unito. In Italia, invece, continuiamo a mantenere separate più reti rappresentative, nonostante la sostanziale condivisione dei principi e delle finalità della cooperazione. Da anni discutiamo della necessità di superare la frammentazione, attraverso appelli, tentativi di aggregazione, iniziative comuni. La collaborazione, soprattutto su questioni operative e settoriali, costituisce un patrimonio importante da cui partire. A questo si aggiungono il rispetto reciproco, la fiducia e i rapporti di amicizia tra organizzazioni e rappresentanti. Ma tutto questo da solo non basta: occorre una rappresentanza comune formalmente costituita, capace di dare continuità e maggiore peso sociale e politico all’azione delle Osc. Una rappresentanza che possa anche mettere in comune competenze e risorse, sviluppando una capacità stabile di analisi e proposta sui grandi temi della cooperazione, della politica internazionale, della pace e della sicurezza umana. Un centro studi condiviso potrebbe essere uno degli strumenti per realizzare questo obiettivo.
6. Ma perché, dopo tanti anni, le reti restano separate? Quali resistenze hanno finora impedito di realizzare un’unità che molti considerano necessaria?
Le differenze esistono: storie, culture organizzative, sensibilità, priorità, assetti decisionali. E sono una ricchezza, non un difetto. Ma dobbiamo riconoscere anche altre ragioni che possono avere contribuito a mantenere le separazioni: la competizione per le risorse, il timore di perdere autonomia, riconoscibilità, spazi di rappresentanza e capacità di interlocuzione istituzionale. Credo che dovremmo chiederci se non siamo rimasti troppo legati a un nostro «piccolo mondo antico», fatto di appartenenze consolidate ed equilibri associativi che hanno avuto una funzione importante, ma che oggi occorre ripensare. Non metto in discussione il valore delle organizzazioni e delle reti esistenti; proprio per questo non possiamo accettare che gli assetti attuali impediscano di esprimerne tutta la forza. Mentre le organizzazioni collaborano sempre più frequentemente nei progetti di cooperazione, indipendentemente dalle rispettive appartenenze, da circa quindici anni non si svolgono assemblee generali unitarie delle Osc. Manca così uno spazio assembleare comune nel quale le organizzazioni possano regolarmente ritrovarsi, confrontarsi e contribuire insieme alla definizione degli orientamenti della cooperazione e delle relazioni internazionali. E la responsabilità non è soltanto delle reti. Anche le singole organizzazioni, assorbite dalle attività quotidiane, hanno spesso considerato l’unità come una questione da delegare ai loro rappresentanti, anziché come parte integrante della missione.
7. Una rappresentanza unitaria per organizzazioni così diverse non rischia di diventare una struttura burocratica che comprime autonomie e identità?
È una preoccupazione comprensibile, ma non è affatto inevitabile. Unità non significa uniformità. Non dobbiamo pensarla allo stesso modo su tutto, ma riconoscere i valori fondamentali che ci accomunano e costruire su di essi una capacità congiunta di iniziativa politica. Il Forum Nazionale del Terzo Settore dimostra che realtà molto differenti possono riconoscersi in una rappresentanza unitaria, mantenendo identità e autonomia. Non è un modello da copiare meccanicamente, ma un’esperienza che conferma la compatibilità tra pluralismo e unità. Una rappresentanza unitaria potrebbe inoltre favorire la partecipazione anche delle organizzazioni che oggi non aderiscono ad alcuna rete, offrendo loro uno spazio comune nel quale riconoscersi. Naturalmente servono una struttura snella, senza inutili sovrapposizioni di funzioni, una governance partecipata, mandati chiari, regole e procedure trasparenti per assumere decisioni comuni, con responsabilità definite e verificabili. Le competenze della cooperazione allo sviluppo, dell’aiuto umanitario, dell’educazione alla cittadinanza globale e della difesa dei diritti dovranno essere valorizzate. L’unità non deve cancellare le identità né compromettere l’autonomia e la riconoscibilità delle singole organizzazioni e delle reti esistenti. Deve consentire di mettere insieme capacità e autorevolezza che, separatamente, non riescono a esprimere lo stesso peso politico.
8. Fin qui la diagnosi. Ma quale sarebbe la soluzione? Basterebbero un coordinamento più stretto o una figura di portavoce comune? Che cosa proponi davvero?
Un coordinamento più stretto o una figura di portavoce comune possono essere utili, ma non sono sufficienti. Un portavoce, per quanto autorevole, deve poter contare su una rappresentanza unitaria da cui ricevere un mandato politico, dotata di una struttura, di una governance partecipata e di una reale capacità decisionale. Altrimenti rischia di essere una voce senza una forza collettiva organizzata alle spalle. È questo il limite delle formule di coordinamento finora sperimentate, che non hanno superato la frammentazione tra le reti. Proporrei di avviare un percorso condiviso per arrivare a una rappresentanza politica unitaria delle Osc impegnate nella cooperazione internazionale e nell’aiuto umanitario, secondo forme organizzative da definire insieme, valorizzando il patrimonio delle realtà esistenti e costruendo la capacità di definire e sostenere orientamenti politici condivisi. Non si tratta di aggiungere un altro organismo, ma di superare la frammentazione, definendo insieme quali funzioni mettere in comune, quali competenze valorizzare, quali regole adottare per garantire rappresentatività e capacità decisionale e quali priorità politiche perseguire. In questo percorso andrà certamente valorizzato anche il riconoscimento ottenuto da AOI nel 2024 come Rete associativa del Terzo Settore, così come le competenze, le esperienze e il patrimonio associativo delle altre reti. Una rappresentanza unitaria non garantirebbe automaticamente maggiore influenza politica, ma permetterebbe di mettere insieme esperienze, relazioni e capacità di mobilitazione, dando maggiore continuità e autorevolezza all’interlocuzione con le istituzioni e alla presenza attiva nel dibattito pubblico. È una scelta che richiede disponibilità al cambiamento, ascolto reciproco e capacità di mettere in discussione convinzioni consolidate. Ma soprattutto richiede di assumersi fino in fondo una responsabilità politica di fronte ai profondi cambiamenti in atto in Italia e nel mondo.
9. Ma questa rappresentanza politica unitaria dovrebbe limitarsi alle politiche di cooperazione e di aiuto umanitario o far sentire la propria voce anche sulle grandi scelte politiche nazionali e internazionali? E come potrebbe farlo mantenendo la propria autonomia nei confronti dei partiti e delle istituzioni?
Entrambe le cose. La rappresentanza unitaria dovrebbe rafforzare la capacità delle Osc di incidere sulle politiche della cooperazione e dell’aiuto umanitario, ma anche contribuire con maggiore forza alla difesa del diritto internazionale, del multilateralismo e dell’universalità dei diritti umani; alla protezione dei civili e alla garanzia dell’accesso umanitario; alla prevenzione dei conflitti, alla promozione della diplomazia, al contrasto delle disuguaglianze e alla costruzione della pace. Dovrebbe inoltre affermare il valore della cooperazione come responsabilità pubblica fondamentale. Si tratta di dare piena espressione alla dimensione politica della missione delle Osc, attraverso un’interlocuzione autonoma con tutti i soggetti politici e istituzionali, per contribuire a orientare le scelte pubbliche verso il bene comune, la giustizia e il reciproco rispetto tra i popoli. L’autonomia non significa rinunciare al confronto con i partiti e le istituzioni, ma mantenere la libertà di esprimere valutazioni, avanzare proposte e assumere posizioni anche critiche, senza identificarsi con alcuno schieramento politico. Una funzione importante è quella di portare con maggiore forza le grandi questioni internazionali nel dibattito pubblico italiano. Le Osc hanno relazioni con comunità e territori in molti Paesi, ma anche un radicamento nella società. Possono rendere comprensibili le conseguenze delle scelte politiche internazionali, promuovere consapevolezza, mobilitare cittadini, costruire alleanze con il mondo della scuola, dell’università, del lavoro e della cultura. Possono anche contribuire a dare risposte alle inquietudini che attraversano la nostra società, soprattutto tra i giovani, offrendo occasioni concrete di partecipazione e di impegno per un futuro più giusto e pacifico. Il peso politico non nasce soltanto dall’essere ricevuti nelle sedi istituzionali. Nasce anche dalla capacità di coinvolgere la società e di orientare il dibattito pubblico.
10. Di appelli all’unità ne abbiamo sentiti molti. Perché questa volta dovrebbe andare diversamente? Chi dovrebbe assumersi la responsabilità di passare dalle parole ai fatti?
Non serve un altro appello. Serve la decisione di realizzare l’unità. Non siamo semplicemente di fronte a difficoltà maggiori, ma a un mondo profondamente cambiato, nel quale sono messi in discussione gli stessi principi che danno senso alla cooperazione internazionale e all’aiuto umanitario. Si restringono gli spazi dell’azione umanitaria, organizzazioni che prestano assistenza essenziale alle popolazioni vengono accusate di favorire il terrorismo e cresce la pressione a subordinare la cooperazione e la solidarietà internazionale a interessi politici, strategici ed economici. Non possiamo pensare di affrontare queste trasformazioni con gli stessi assetti e le stesse separazioni del passato. Continuare divisi significa indebolire la nostra capacità di difendere non soltanto le attività, ma anche i principi e le condizioni che le rendono possibili, proprio quando abbiamo più bisogno di una forza politica collettiva. Per questo le reti e le organizzazioni dovrebbero assumere esplicitamente l’obiettivo di una rappresentanza politica unitaria che valorizzi le potenzialità esistenti, avviando un percorso costituente con tempi certi, responsabilità condivise e risultati da verificare. Le singole Osc dovrebbero investirvi tempo e competenze, riconoscendo alla rappresentanza comune un mandato politico effettivo. Non possiamo chiedere ai rappresentanti delle reti di costruire l’unità se le organizzazioni non la considerano una propria priorità. E dovremmo misurare il successo della nuova rappresentanza non dal numero delle riunioni, dei comunicati o degli incontri istituzionali, ma dalla sua capacità di incidere sulle scelte politiche, mobilitare la società e ottenere risultati riconoscibili. Non dobbiamo unirci semplicemente per contare di più come organizzazioni. Dobbiamo unirci perché la cooperazione, il diritto, la solidarietà e la giustizia contino di più nelle scelte dell’Italia, dell’Europa e della comunità internazionale.