Ci sono momenti nella storia e nella vita pubblica in cui non basta adattarsi, mediare o prendere tempo. Sono momenti in cui diventa necessario dire chiaramente dei “no”. Non per spirito di opposizione o per nazionalismi fuori tempo, ma per difendere principi senza i quali la politica diventa semplice gestione del potere e le relazioni internazionali un terreno dominato dal più forte.
A volte questi “no” sono pronunciati da singole persone, in nome della propria coscienza. È il caso di Franz Reinisch, sacerdote cattolico austriaco. Nel 1942 fu chiamato a pronunciare il giuramento personale di fedeltà ad Adolf Hitler. Rifiutò. Disse che, in coscienza, non poteva giurare fedeltà assoluta a un regime che considerava anticristiano e nemico della dignità umana. Per questo rifiuto fu arrestato, sottoposto a corte marziale e giustiziato per decapitazione nel carcere di Brandenburg-Görden. Il suo “no” non cambiò il corso della guerra. Ma salvò qualcosa di essenziale: la libertà della coscienza di fronte al potere assoluto.
I NO che hanno segnato la politica
Altre volte i “no” non riguardano soltanto la coscienza individuale, ma diventano decisioni politiche che orientano la storia di un Paese o di un continente.
Nel pieno della guerra del Vietnam, il primo ministro svedese Olof Palme denunciò apertamente i bombardamenti americani sul Vietnam del Nord. Fu una presa di posizione molto dura verso la maggiore potenza occidentale e suscitò forti tensioni diplomatiche. Ma Palme volle affermare che anche tra alleati esistono limiti morali e politici che non possono essere ignorati.
Negli stessi anni, il cancelliere tedesco Willy Brandt ebbe il coraggio di dire “no” alla logica rigida dei blocchi della guerra fredda. Con la sua Ostpolitik aprì un dialogo con l’Europa orientale e con l’Unione Sovietica, rompendo uno schema politico che sembrava immutabile. Quella scelta contribuì a ridurre le tensioni in Europa.
Anche la storia italiana offre esempi simili. Alcide De Gasperi, negli anni difficili del dopoguerra, seppe dire “no” alla tentazione di un isolamento nazionalista dell’Italia e scelse con decisione la strada dell’integrazione europea. Aldo Moro, nel 1973, rifiutò di concedere basi italiane per il ponte aereo americano verso Israele durante la guerra del Kippur, scelta che irritò Washington ma contribuì a evitare una rottura con il mondo arabo e a tutelare gli interessi italiani nel Mediterraneo.
Questi esempi ricordano una verità semplice: dire “no” non significa chiudersi o rompere i rapporti con gli altri. Significa piuttosto stabilire dei limiti e difendere principi senza i quali la politica perde la propria credibilità.
Quando la politica dimentica i limiti
Oggi questa necessità di dire dei “no” riappare con forza nella politica internazionale. Assistiamo alla tentazione di esercitare il potere senza limiti condivisi, affidandosi alla forza, alla convenienza del momento o agli interessi immediati.
Il secondo mandato di Donald Trump, iniziato nel gennaio 2025, mostra in modo evidente questa tendenza. In poco più di un anno ha aperto o ampliato unilateralmente diversi fronti militari: gli attacchi nello Yemen contro gli Houthi, l’incondizionato sostegno al governo Netanyahu nella distruzione di Gaza e la perdita di decine di migliaia di vite tra i suoi abitanti, i bombardamenti contro l’Iran e nuove operazioni contro l’ISIS. A questo si aggiungono l’ambiguità e gli interessi economici che hanno accompagnato la sua mediazione tra Russia e Ucraina.
Mentre sul piano economico è stata lanciata una nuova guerra commerciale globale basata su dazi generalizzati, che ha colpito partner e rivali. Le tensioni militari con l’Iran hanno inoltre provocato forti scosse nei mercati energetici e minacciato uno dei principali passaggi del petrolio mondiale.
Il problema non riguarda soltanto singole decisioni politiche. Il problema più profondo è la crescente tendenza a considerare le relazioni internazionali come un terreno privo di regole, dove conta soltanto la volontà del più forte. E se questa logica mostra anche segni di imprevedibilità (qualcuno la definisce perfino squilibrio) – dai repentini voltafaccia fino alle dichiarazioni sul possibile possesso della Groenlandia o perfino del Canada – la situazione diventa ancora più preoccupante.
La guerra all’Iran
La guerra contro l’Iran è l’episodio più recente e anche più emblematico. Questa scelta ha mostrato un presidente americano trascinato nella strategia del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, assumendo un conflitto dai contorni incerti proprio mentre erano in corso negoziati sul programma nucleare iraniano. E per di più, senza che sia chiaro quale obiettivo politico finale si voglia raggiungere né come si intenda concludere il conflitto.
Il rischio è evidente: allargamento del conflitto in Medio Oriente, ulteriore destabilizzazione dell’economia mondiale e ulteriore indebolimento del sistema delle regole internazionali. In una situazione del genere la politica occidentale appare spesso incapace di pronunciare la parola più semplice e più difficile: NO.
Senza regole non esiste convivenza
C’è un punto che dovrebbe essere evidente e che invece viene spesso dimenticato: nessuna comunità può funzionare senza regole condivise. Vale per una famiglia, per una città, per uno Stato. A maggior ragione vale per il mondo intero. Pensare che le relazioni internazionali possano essere guidate soltanto dalla forza o dalla convenienza del momento significa tornare a una logica primitiva: quella in cui il diritto lascia il posto alla legge del più forte.
Per questo, dopo le tragedie del Novecento, la comunità internazionale ha cercato di costruire istituzioni comuni e un diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario che regola i conflitti armati, capace di fissare almeno alcuni limiti condivisi.
L’ONU è stata creata proprio con questo scopo. E anche l’Unione europea, pur con tutti i suoi limiti, rappresenta uno dei tentativi più avanzati di superare la logica dei nazionalismi che per secoli hanno alimentato guerre nel continente.
Certo, queste istituzioni non funzionano sempre come dovrebbero. Ma proprio qui si nasconde un equivoco molto diffuso. Dire che queste istituzioni “non funzionano” diventa spesso un alibi politico: un modo per non riconoscere che a farle funzionare male sono troppo spesso gli stessi Stati che le compongono. Sono gli Stati che bloccano le decisioni, difendono interessi nazionali miopi e pretendono di esercitare un ruolo egemonico invece di seguire regole comuni.
La conclusione, però, non può essere quella di svuotare queste istituzioni o aggirarle quando risultano scomode. La strada è esattamente l’opposto: riformarle e rafforzarle.
Il valore del diritto internazionale
È vero: il diritto internazionale è stato molte volte violato. Ma proprio queste violazioni dimostrano quanto esso resti un punto di riferimento indispensabile. Il diritto internazionale stabilisce dei limiti: indica ciò che non dovrebbe essere fatto. E anche quando quei limiti vengono superati, restano una misura con cui giudicare le responsabilità.
Spesso la giustizia arriva tardi. A volte molto tardi. Ma non di rado proprio quelle regole hanno permesso, anche dopo anni, di condannare e incriminare chi le aveva violate. Senza un diritto internazionale condiviso resterebbe soltanto la forza. E quando la forza diventa l’unica regola, la pace diventa sempre più fragile.
I NO che servono alla politica
Dire “no” non significa rompere le alleanze o rinunciare al dialogo. Al contrario, il dialogo vero esiste solo tra interlocutori che hanno una posizione autonoma e riconoscibile. Senza questa autonomia il dialogo diventa subordinazione.
Per questo i “no” sono necessari quando occorre ristabilire il rispetto che viene meno. Sono necessari anche quando si vuole davvero svolgere un ruolo di mediazione. Non si può essere ponte di dialogo se non si tiene la testa alta e si accetta tutto senza discutere.
Un discorso analogo riguarda anche l’Europa. L’Unione europea richiama spesso i valori che costituiscono il fondamento dell’Occidente: Stato di diritto, diritto internazionale, cooperazione tra Stati, rispetto delle istituzioni comuni.
Ma questi principi non possono restare soltanto parole. Ai molti sì e agli sforzi per costruire la casa europea su questi principi occorre però affiancare anche dei “no”. Quando, ad esempio, servono a:
- ripudiare la guerra come strumento di offesa e risoluzione delle controversie internazionali e promuove la pace e la giustizia tra le nazioni;
- considerare la guerra l’ultimo strumento, dopo aver seriamente tentato tutte le altre vie;
- non accettare interventi armati preventivi se privi di una reale legittimazione internazionale;
- non accettare che la politica internazionale sia guidata soltanto da interessi economici o di potenza; non accettare che le alleanze si trasformino in rapporti di subordinazione.
Anche chi ambisce a svolgere un ruolo di ponte tra Europa e Stati Uniti — come spesso afferma di voler fare la presidente del Consiglio italiana, a mio avviso lodevolmente — dovrebbe ricordare che un ponte di dialogo richiede due condizioni: sincerità e fermezza. Sincerità nel riconoscere apertamente i problemi e le contraddizioni. Fermezza nel difendere i principi che si proclamano. Senza questa fermezza il dialogo si trasforma facilmente in subordinazione.
Per questo, anche nella politica internazionale, esistono momenti in cui il silenzio o l’adattamento non sono segni di prudenza ma di debolezza. Sono i momenti in cui diventa necessario ricordare una verità semplice: il rispetto tra gli Stati passa anche dalla capacità di dire dei “no”. E questa fase storica richiede che tale capacità venga esercitata con saggezza e prudenza politica.
Non per chiudere il dialogo.
Ma per renderlo possibile.
Pubblicato su VITA