Alla vigilia di Coopera 2026, torna al centro il tema della qualità e del senso della cooperazione italiana.
Il CNCS può essere uno spazio decisivo, a patto che ne venga pienamente riconosciuto e valorizzato il ruolo, insieme a quello delle rappresentanze che lo compongono.
La cooperazione allo sviluppo non è un ambito residuale dell’azione pubblica, né un settore separato dalle grandi scelte di politica internazionale. Al contrario, essa è parte integrante e qualificante della politica estera del Paese, perché contribuisce a costruire relazioni stabili, durature e orientate al futuro tra Stati, territori e società.
Questa funzione si esprime in tutta la sua ampiezza: dalla risposta alle emergenze umanitarie e alle situazioni di estrema povertà, fino ai processi di pacificazione, ma anche nei campi scientifico, educativo, sociale, sanitario, economico e produttivo. La cooperazione è quindi uno strumento che attraversa ambiti diversi, in grado di connettere interessi, responsabilità e prospettive tra paesi diversi. Essa tiene insieme la prospettiva della “solidarity, not charity”, solidarietà e non assistenzialismo, e quella del “trade, not aid”, commercio e non aiuto, nella costruzione di rapporti fondati sulla reciprocità e sull’interesse condiviso, come oggi richiamato anche nel dibattito pubblico e politico sul Piano Mattei.
Proprio per questa ragione, la cooperazione richiede il coinvolgimento attivo di una pluralità di soggetti. La sua efficacia dipende dalla capacità di coinvolgere le istituzioni pubbliche nazionali e territoriali, le OSC, il sistema universitario, il settore privato, le diaspore organizzate e tutti quegli attori che, a vario titolo, contribuiscono alla costruzione di relazioni proficue e durature. La legge 125/2014 ha dato forma a questa visione, riconoscendo esplicitamente un sistema ampio e articolato della cooperazione italiana, fondato su partenariati e responsabilità condivise.
In questo quadro si colloca il Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo (CNCS), concepito come luogo istituzionale di confronto tra questi soggetti e articolato in gruppi di lavoro incaricati di produrre analisi, pareri e proposte. Il CNCS non è dunque un organo accessorio, ma uno strumento centrale per qualificare le politiche di cooperazione, rafforzarne la coerenza e valorizzare le competenze diffuse nel sistema italiano.
Alla vigilia della Conferenza triennale della cooperazione allo sviluppo, Coopera 2026, questo ruolo assume un’importanza ancora maggiore. Sarebbe infatti auspicabile – ed è coerente con lo spirito della legge – che i gruppi di lavoro del CNCS arrivassero a questo appuntamento con contributi elaborati, analisi approfondite e proposte concrete da mettere a disposizione del confronto pubblico e istituzionale. Coopera dovrebbe essere il punto di arrivo di un lavoro preparatorio reale, non soltanto un momento formale e celebrativo.
Tuttavia, l’esperienza di questi anni restituisce un quadro più problematico. Fin dalla sua nascita, il CNCS è stato spesso interpretato come un organo sostanzialmente coordinato e guidato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, e in particolare dalla DGCS, con una prevalenza degli aspetti formali su quelli sostanziali. La correttezza delle procedure, la convocazione degli incontri e il rispetto degli adempimenti non sono bastati – e non bastano – a garantire qualità del lavoro, capacità propositiva e reale incidenza.
La situazione attuale lo dimostra con evidenza. Alcuni gruppi di lavoro hanno operato, discusso e prodotto contributi. Altri hanno lavorato in modo debole e discontinuo e, in almeno un caso, il coordinatore eletto non ha mai partecipato ai lavori né convocato il proprio gruppo, di fatto non esercitando il proprio ruolo.
Non è un dettaglio organizzativo. È un problema politico e istituzionale, perché riguarda il funzionamento concreto di uno degli strumenti attraverso cui la cooperazione italiana dovrebbe ricevere indirizzi e contributi qualificati.
Colpisce in particolare il caso del gruppo di lavoro che avrebbe dovuto affrontare temi rilevanti che rappresentano già uno spazio di qualificazione e di ampliamento del sistema della cooperazione, come il contributo delle diaspore organizzate, strutturate e attive nella cooperazione in relazione ai territori partner. Proprio in virtù della loro conoscenza diretta dei contesti di origine e della capacità di facilitare relazioni tra territori, esse rappresentano un potenziale significativo che, se adeguatamente valorizzato, potrebbe contribuire a rendere la cooperazione più efficace e più radicata, favorendo in particolare legami tra realtà regionali e locali. Eppure, proprio su ambiti come questo, il lavoro del CNCS è rimasto di fatto assente.
Occorre parallelamente evidenziare un ulteriore elemento: i contributi prodotti dai gruppi di lavoro che hanno operato con continuità e qualità non hanno trovato, nella pratica, un adeguato riconoscimento e una reale valorizzazione nei processi decisionali istituzionali. Questa continua mancanza di riscontro – che segnala un’attenzione istituzionale non sempre adeguata al lavoro svolto – ha finito nel tempo per indebolire la motivazione e l’iniziativa dei gruppi stessi, contribuendo a rendere meno incisivo il loro lavoro e, in alcuni casi, a scoraggiarne la stessa attivazione. Si è, così, progressivamente indebolita anche la capacità di coordinamento tra i gruppi e tra i rispettivi coordinatori, così come lo sforzo condiviso di elaborare posizioni comuni da portare all’attenzione delle istituzioni. Una dinamica che appare strettamente connessa alla mancanza di un reale riconoscimento e utilizzo del lavoro svolto.
Parallelamente, e più in generale, si osserva come, sempre più frequentemente, i processi di interlocuzione tra l’istituzione e i soggetti della cooperazione non riescano a favorire una reale convergenza tra i diversi attori, né a valorizzarne in modo equilibrato il contributo. In alcuni casi, le modalità di coinvolgimento sembrano svilupparsi attraverso relazioni differenziate con singoli soggetti, non sempre riconducibili a criteri pienamente trasparenti e condivisi.
Ciò rischia di generare percezioni di disparità e di alimentare frammentazioni, anziché rafforzare le funzioni di coordinamento e rappresentanza – proprie delle reti di OSC, delle associazioni di impresa, degli enti territoriali, del sistema universitario e della ricerca, delle diaspore organizzate, delle fondazioni e dei soggetti del terzo settore − che l’istituzione è chiamata a garantire. Il CNCS rappresenta uno spazio istituzionale fondamentale di confronto e di sintesi. Allo stesso tempo, è necessario riconoscere che esistono forme di rappresentanza e reti organizzate che esprimono istanze e competenze rilevanti per la cooperazione e che, in quanto tali, devono poter trovare adeguati spazi di ascolto e interlocuzione.
Per queste ragioni, tornando al CNCS, appare quindi necessario − pur nel rispetto delle autonomie e delle forme − un intervento da parte del Ministero e della DGCS. Non per rafforzare il controllo formale, ma per riportare al centro il senso e la funzione del CNCS. Comprendere le ragioni di queste disfunzioni, affrontarle e rimettere in moto i gruppi di lavoro costituirebbe un segnale importante, non solo per il funzionamento interno dell’organismo consultivo, ma per la qualità complessiva della cooperazione italiana. Sarebbe anche il modo più serio per evitare che le criticità maturate in questi anni vengano lette come segno di una presunta irrilevanza del Consiglio, quando invece esse derivano soprattutto dalla mancata valorizzazione del suo ruolo.
Allo stesso tempo, è necessario anche un richiamo alla responsabilità dei soggetti che partecipano al CNCS. Essere parte di questo organismo non può essere considerato un riconoscimento simbolico o un titolo da esibire. È un impegno che richiede presenza, lavoro e capacità di proposta. La partecipazione formale, se non accompagnata da un contributo reale, svuota di significato l’intero impianto previsto dalla legge.
In definitiva, la sfida è chiara. Se si vuole costruire una cooperazione allo sviluppo all’altezza delle trasformazioni globali – e coerente anche con i principi di partenariato, reciprocità e interesse condiviso oggi richiamati nel dibattito politico – è necessario che gli strumenti istituzionali funzionino davvero. Il CNCS può e deve essere uno di questi strumenti, insieme al contributo indispensabile delle reti e delle associazioni rappresentative dei soggetti della cooperazione.
Coopera 2026 rappresenta un’occasione importante. Ma perché lo sia effettivamente, è necessario che sia preparata da un lavoro sostanziale, plurale e qualificato. Senza questo passaggio, il rischio è che possa ridursi a una vetrina celebrativa, pur importante, ma destinata a lasciare poche tracce una volta concluso l’evento.
Pubblicato su: VITA