Ridurre l’immigrazione a una questione di controllo dei confini e ordine pubblico è una scelta politica che ha trovato espressione anche nel disegno di legge approvato dal governo l’11 febbraio scorso. Esso introduce anche misure riconducibili al cosiddetto “blocco navale”: interdizione all’ingresso nelle acque territoriali per alcune imbarcazioni, riforma delle espulsioni, trasferimento dei richiedenti asilo in Paesi terzi, stretta sulla protezione internazionale e sui ricongiungimenti familiari. Una linea che accentua gli aspetti più restrittivi del Patto europeo su migrazione e asilo del 2024 ed esprime un’impostazione, ormai consolidata, che privilegia la dimensione securitaria. Ma può davvero essere questa la risposta a un fenomeno strutturale, complesso e destinato a durare? È questa la questione politica e culturale su cui il Parlamento dovrebbe interrogarsi nell’esame del provvedimento.
Nel dibattito pubblico, gli sbarchi sono diventati il simbolo dell’immigrazione, fino quasi a identificarla con gli arrivi via mare. Non a caso, la presidente Giorgia Meloni richiama frequentemente il tema di un indefinito “blocco navale”. Dopo il picco del 2023, con 157.651 arrivi via mare, gli sbarchi sono scesi a 66.617 nel 2024 e a 66.316 nel 2025. Ma il calo degli sbarchi non coincide con un reale controllo dei flussi. Gli arrivi via mare restano la componente più visibile, ma non quella quantitativamente né strutturalmente più rilevante. Questa passa anche attraverso i canali legali – lavoro, studio, ricongiungimenti familiari – ed è su questo terreno che si gioca la partita decisiva.
I numeri lo confermano. La popolazione straniera in Italia non diminuisce: nel 2025 conta circa 5,5 milioni di persone, pari al 9,4% dei residenti. Il lavoro migrante continua a sostenere interi settori dell’economia. E l’irregolarità non scompare: cambia forma. Qui emerge il limite delle politiche attuali. I controlli sono necessari, ma non bastano. Quando i canali legali non funzionano, la mobilità non si arresta: si sposta nell’irregolarità, diventando più rischiosa, più opaca, più difficile da governare.
Il punto critico è il lavoro. L’Italia programma centinaia di migliaia di ingressi legali – oltre 450 mila tra il 2023 e il 2025, quasi 500 mila previsti fino al 2028 – ma li gestisce con il click day, un meccanismo che, invece di favorire l’incontro tra domanda e offerta, spesso lo ostacola. Il risultato è noto: domande che ogni anno superano di molte volte le quote disponibili, procedure lente, imprese senza lavoratori e persone che restano intrappolate nell’incertezza o scivolano nell’irregolarità. Nel 2025, a fronte di 181.450 quote previste dal decreto flussi, le domande effettivamente trasformate in richieste di permesso di soggiorno sono state appena 14.349, pari al 7,9%. Un divario che segnala non solo lentezze amministrative, ma anche il malfunzionamento strutturale di un meccanismo incapace di tradurre le quote programmate in ingressi reali. E quando i canali regolari non funzionano, il rischio è che il lavoro irregolare diventi, di fatto, una via sostitutiva.
A questo si aggiunge un dato spesso non affrontato con la necessaria consapevolezza della sua gravità nel dibattito politico: quello demografico. L’Italia perde popolazione, invecchia e vede ridursi la propria forza lavoro. Nel 2025 si contano 355 mila nascite contro 652 mila decessi, con una fecondità ferma a 1,14 figli per donna e una progressiva diminuzione della popolazione in età lavorativa. In questo contesto – che richiede anzitutto politiche a sostegno della natalità e delle famiglie – il contributo dei lavoratori stranieri non è una risposta emergenziale, ma una componente strutturale. Non riguarda solo l’oggi, ma la sostenibilità futura del sistema economico e sociale.
Una parte rilevante dell’irregolarità nasce dopo l’ingresso: persone entrate legalmente che perdono il lavoro e non riescono a rinnovare il permesso di soggiorno. Eppure le politiche si concentrano soprattutto su espulsioni e rimpatri, intervenendo quando l’irregolarità si è già prodotta, mentre la gestione ordinaria resta debole e frammentaria. Il rischio è evidente. Più le politiche si concentrano sul contenimento, più si rafforza una visione difensiva dell’immigrazione, che semplifica, ma non governa. Governare l’immigrazione significa altro: costruire canali legali credibili, far incontrare domanda e offerta di lavoro, prevenire l’irregolarità, tenere insieme esigenze di sicurezza, lavoro, coesione sociale e futuro demografico.
La vera alternativa, oggi, non è tra apertura e chiusura. È tra continuare a inseguire il fenomeno oppure decidere finalmente di governarlo. E per farlo serve una visione all’altezza della realtà del Paese, insieme alla capacità di coinvolgere chi, da anni, lavora a contatto diretto con le persone immigrate: organizzazioni sociali, realtà ecclesiali, rappresentanze delle comunità della diaspora, studiosi ed esperti. Competenze troppo spesso marginalizzate, ma indispensabili per leggere il fenomeno nella sua complessità e costruire un dialogo effettivo con le istituzioni di governo e con il Parlamento. È anche da qui che può nascere un cambio di prospettiva: non più ridurre l’immigrazione a un problema di sicurezza, ma riconoscerla come una realtà strutturale da governare con strumenti più ampi e lungimiranti, nell’interesse del Paese e del suo futuro. Perché, oggi più che mai, la linea securitaria da sola non basta, e scambiare il controllo per una politica migratoria rischia di lasciare irrisolti i problemi che pretende di affrontare.