Mentre il mondo torna a parlare il linguaggio del riarmo e della deterrenza, la guerra rischia di essere percepita come una condizione normale della politica. Ma la sicurezza non nasce dall’accumulazione delle armi: nasce dalla capacità di costruire pace, diritto, cooperazione e fiducia. È tempo di rovesciare un antico paradigma: se vuoi la pace, prepara la pace.
Viviamo in un tempo in cui la guerra è tornata a presentarsi come un destino possibile. I conflitti si moltiplicano, la spesa militare cresce, i trattati si indeboliscono e il linguaggio pubblico si riempie di parole come deterrenza, minaccia, nemico e riarmo. In questo clima, l’antico motto si vis pacem, para bellum – se vuoi la pace, prepara la guerra – sembra riacquistare legittimità.
Eppure, quel motto appartiene a un’altra epoca. Dopo due guerre mondiali, la Shoah, Hiroshima e i fallimenti ripetuti delle guerre degli ultimi decenni, continuare a pensare la sicurezza come preparazione permanente della guerra non è realismo: è regressione.
Oggi la guerra tende a essere normalizzata. L’uso della forza non è più percepito come extrema ratio, ma come uno strumento ordinario della politica. È questo slittamento culturale, prima ancora che militare, a rendere il nostro tempo più instabile e pericoloso.
Il problema non riguarda soltanto le guerre in corso. Riguarda la trasformazione dell’ordine internazionale. Il diritto internazionale non è scomparso, ma si sta indebolendo la volontà politica di applicarlo in modo coerente. Quando le regole vengono utilizzate selettivamente e la forza torna a prevalere sul diritto, i principi comuni cessano di essere limiti effettivi alla potenza.
Per questo il vecchio motto va rovesciato: se vuoi la pace, prepara la pace.
Non è un’affermazione ingenua. Nessuno può negare il diritto alla difesa di un popolo aggredito. L’Ucraina lo dimostra. Ma da questa verità non discende che la pace possa nascere dalla preparazione indefinita della guerra. La difesa è legittima quando resta orientata alla pace; diventa pericolosa quando si trasforma nel principale linguaggio della politica.
Chi opera nei contesti di guerra sa che il conflitto non è mai un concetto astratto. Significa morti e feriti, famiglie spezzate, sfollati, scuole chiuse, ospedali distrutti, comunità sradicate. L’esperienza umanitaria di organizzazioni come INTERSOS insegna che preparare la guerra non significa preparare la pace: significa troppo spesso preparare nuove distruzioni.
Siamo immersi in un paradosso. Più cresce la ricerca di sicurezza attraverso il riarmo, più aumenta l’insicurezza complessiva. Ogni rafforzamento militare viene percepito come minaccia dagli altri e alimenta nuove risposte armate. Si crea così un circolo vizioso in cui la sicurezza, nata per proteggere, finisce per produrre l’opposto.
La pace non è semplice assenza di guerra. È una costruzione politica, giuridica e culturale. Richiede istituzioni credibili, diritto internazionale effettivo, diplomazia preventiva, cooperazione e giustizia sociale.
La diplomazia non è lo strumento con cui si cerca soltanto di fermare una guerra già iniziata. È innanzitutto l’arte di impedirne la nascita: dialogo, mediazione, ascolto, conoscenza dei contesti, presenza prima che le crisi esplodano. Quando arriva troppo tardi, può soltanto limitarne i danni.
Anche il disarmo deve essere ripensato non come gesto ingenuo, ma come riduzione del rischio: controllo degli armamenti, trasparenza, comunicazione tra avversari, rilancio dei trattati internazionali. La deterrenza può talvolta evitare una guerra immediata, ma non costruisce la pace.
A ciò si aggiunge la sfida delle nuove tecnologie militari. Delegare a sistemi automatici decisioni di vita e di morte significa ridurre la responsabilità umana e aumentare il rischio di errori incontrollabili. Una guerra affidata agli algoritmi sarebbe più rapida, più opaca e meno responsabile.
La sicurezza del XXI secolo dipende sempre più anche dall’energia, dall’acqua, dalle materie prime, dalle tecnologie e dall’ambiente. Per questo la transizione energetica non è soltanto una questione ecologica: è anche una questione di pace.
La sicurezza di ciascuno dipende sempre più dalla sicurezza di tutti. Questa non è una dichiarazione morale, ma una constatazione politica. Nessuno Stato può proteggersi da solo dalle conseguenze di una guerra regionale, da una crisi climatica, da una pandemia, da un collasso economico o da interruzioni nelle catene di approvvigionamento. Viviamo in un mondo nel quale vulnerabilità e sicurezza si trasmettono oltre i confini con la stessa rapidità delle informazioni, delle merci e delle tecnologie. Per questo la cooperazione internazionale non rappresenta un gesto di solidarietà facoltativa, ma una componente essenziale della stabilità globale. Quando viene meno la capacità di affrontare insieme le sfide comuni, cresce l’illusione che ciascuno possa salvarsi da solo. È un’illusione che la storia ha già più volte smentito.
In questo quadro, il ruolo dell’Europa è decisivo. Non può limitarsi a rafforzare le capacità militari degli Stati membri. Deve costruire una difesa comune, democraticamente controllata, e una iniziativa diplomatica autonoma e credibile. Se l’Unione europea rinuncia a essere soggetto politico della pace rischia di diventare soltanto il luogo geografico della guerra o il terminale delle strategie altrui.
La pace si radica anche nella cultura. Prima delle armi, la guerra nasce nelle parole: nella propaganda, nella demonizzazione dell’avversario, nella riduzione dell’altro a minaccia assoluta. Disarmare il linguaggio è il primo passo per disarmare la realtà.
La pace non è un lusso morale. È una necessità storica. Non è l’opposto del realismo: è il realismo della sopravvivenza. Preparare la guerra può talvolta dissuadere. Ma solo costruire la pace rende la guerra meno probabile, meno utile, meno pensabile.
Occorre cambiare paradigma. La sicurezza non può continuare a essere concepita come gestione permanente della paura, ma come costruzione politica della convivenza.
La pace non è un compito tra gli altri. È la responsabilità decisiva della politica. Ma è anche una responsabilità della società civile, delle istituzioni educative, della cultura, dell’informazione, del mondo del lavoro, della cooperazione internazionale e delle organizzazioni umanitarie. Difenderla e promuoverla non è un gesto idealistico: è una responsabilità collettiva.
Pubblicato su: VITA