Remigrazione. La parola è nuova, ma il messaggio è semplice: meno stranieri, più espulsioni, maggiore sicurezza. La cosiddetta remigrazione si presenta così e trova consenso perché promette soluzioni apparentemente definitive a problemi complessi. Ma è davvero questa la strada per governare le migrazioni?
La proposta si è fatta spazio nel dibattito pubblico. Non è marginale, né può essere liquidata con sufficienza. Nasce anche come proposta di mobilitazione politica, con una forte componente identitaria e una lettura della dinamica demografica in chiave di “sostituzione”.
Intercetta paure diffuse, ma anche una domanda di ordine, governo e prevedibilità rimasta in larga parte insoddisfatta. Il punto da considerare e da portare al centro del dibattito pubblico è se le soluzioni proposte siano adeguate ai problemi reali. Per questo va presa sul serio e discussa criticamente con chiarezza e determinazione, ma senza timori, scorciatoie o sterili anatemi.
Non solo uno slogan
La remigrazione è al centro di una proposta di legge di iniziativa popolare, “Remigrazione e Riconquista”, che ne definisce i contenuti: rimpatri incentivati, restrizione degli ingressi legali, rafforzamento delle espulsioni, potenziamento dei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), revisione della cittadinanza, con possibilità di revoca in alcuni casi, e controlli più stringenti sulle organizzazioni impegnate nel soccorso e nell’accoglienza.
Questa impostazione si inserisce in una linea consolidata, che tratta l’immigrazione soprattutto come questione di sicurezza e ordine pubblico. È una scelta politica chiara, che solleva però una domanda di fondo: può un fenomeno complesso e strutturale essere affrontato in questi termini? Riprendo qui alcuni spunti di un breve saggio, “Remigrazione e governo delle migrazioni”, in cui ho analizzato le soluzioni proposte.
Il limite delle soluzioni riduttive
L’Italia è cambiata profondamente. Da tempo le migrazioni non sono più un’emergenza, ma una componente strutturale della società. Pensare di affrontarle come se si potessero semplicemente ridurre o invertire significa partire da una lettura riduttiva e miope della realtà.
La proposta di remigrazione promette controllo attraverso la riduzione delle presenze straniere, la restrizione dei canali legali e il rafforzamento delle espulsioni. È una promessa semplice, ma difficilmente regge alla prova dei fatti. L’esperienza e gli studi mostrano che ridurre drasticamente gli ingressi regolari non elimina i flussi: li sposta verso l’irregolarità. E l’irregolarità produce meno controllo, più sfruttamento, più invisibilità. Si crea così un paradosso: nel tentativo di controllare di più, si rischia di perdere controllo.
Nel dibattito pubblico gli sbarchi sono diventati il simbolo dell’immigrazione. Eppure rappresentano la parte più visibile, non la più rilevante. Ancheridurre gli sbarchi, se fatto con criteri di umanità, non basta a governare l’immigrazione.
C’è poi un dato non adeguatamente considerato: l’Italia è un Paese che invecchia, che fa pochi figli e che perde popolazione. Negli ultimi anni, il calo della popolazione italiana è stato in parte compensato dalla presenza straniera. Ignorarlo significa costruire politiche scollegate dalla realtà.
Lavoro, irregolarità, integrazione
Interi settori – dall’agricoltura all’edilizia, dalla ristorazione all’assistenza – dipendono in misura significativa dal contributo dei lavoratori stranieri, che sono una componente stabile della nostra economia e della nostra società. Questo dato non va dimenticato.
Una parte rilevante dell’irregolarità non nasce ai confini, ma all’interno del sistema: riguarda persone entrate regolarmente che, nel tempo, perdono i requisiti per restare. Concentrarsi su espulsioni e rimpatri significa intervenire sulla fase finale del fenomeno.
La remigrazione, in questo contesto, è più una risposta identitaria che una strategia di governo. Riduce un fenomeno complesso a una questione di presenze da contenere, senza intervenire sulle cause strutturali.
Riportare il tema sul terreno della politica e del merito
La proposta interviene anche su aspetti sensibili come la cittadinanza, prevedendone perfino la revoca, con implicazioni rilevanti sulla stabilità della cittadinanza e sul modello di appartenenza. Introduce inoltre un approccio molto restrittivo nei confronti delle organizzazioni della società civile. Si tratta di scelte che non sono neutre: incidono sul modello di convivenza e sul modo in cui definiamo appartenenza, diritti e responsabilità.
Le organizzazioni impegnate nel soccorso e nell’accoglienza non sono un problema da contenere, ma una componente della risposta, da regolare nell’ambito di regole chiare e condivise. Regolarne l’azione è legittimo; trasformarle in un bersaglio simbolico è tutt’altra cosa. Lo stesso vale per l’integrazione. Ridurla a elemento secondario è un errore strategico. L’integrazione è una condizione di stabilità. Una società che integra male non diventa più ordinata: diventa più fragile.
Il successo di proposte come la remigrazione nasce anche da una carenza di risposte adeguate. Per troppo tempo la politica ha oscillato tra emergenze e soluzioni parziali, senza costruire una visione coerente. È da qui che bisogna ripartire. Governare le migrazioni significa costruire canali legali credibili, ridurre l’irregolarità – come dimostrano anche le 500mila regolarizzazioni della Spagna -,investire sull’integrazione e rafforzare la cooperazione internazionale. Significa affrontare la complessità, non aggirarla.
La remigrazione, così come delineata nella proposta di legge di iniziativa popolare, non va elusa ma discussa nel merito. Va confutata con argomenti verificabili, mostrando i limiti di un approccio che riduce le migrazioni a una questione identitaria e le affronta con strumenti di esclusione e repressione. Questo impone una responsabilità politica precisa: dire con chiarezza cosa non funziona e indicare soluzioni praticabili e sostenibili.
Anche le mobilitazioni civili continuano a essere fondamentali per contribuire a tenere aperto lo spazio pubblico del confronto. Ma la loro forza sta nella coerenza: ogni ambiguità o deriva rischia di offrire argomenti proprio a chi propone la remigrazione.
Le migrazioni non si fermano con gli slogan e la repressione. Al più si spostano nel tempo, rinviando il momento in cui dovremo – forse impreparati – governarle con politiche efficaci e coerenti. Da come sapremo farlo dipenderà non solo la qualità della convivenza, ma il futuro stesso del Paese.
Pubblicato su: VITA