Oggi, 14 gennaio, la ministra degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldt e l’omologo danese Lars Lokke Rasmussen saranno alla Casa Bianca. In gioco non c’è solo la Groenlandia, ma il futuro del diritto internazionale e dell’alleanza atlantica. Non sarà un colloquio diplomatico come gli altri. Sul tavolo non c’è solo la sicurezza dell’Artico, ma una questione che tocca il cuore dell’ordine mondiale: può una grande potenza rivendicare un territorio di un alleato in nome dei propri interessi strategici?
Quando Donald Trump torna a parlare di “comprare” la Groenlandia, o di prenderla se necessario “in un modo o nell’altro” invocando motivi di sicurezza nazionale e il rischio di un’influenza russa o cinese nella regione artica, non sta facendo una provocazione estemporanea. Sta affermando una dottrina geopolitica: l’idea che territori, risorse e rotte strategiche possano essere ridefiniti in base alla potenza, più che al diritto. È una rottura con l’ordine internazionale costruito dopo il 1945 e un ritorno alla logica delle sfere di influenza. Trump ha suggerito perfino di essere disposto a scegliere tra la NATO e la Groenlandia qualora vi fossero conflitti di interesse.
La Groenlandia non è una terra di nessuno. È parte del Regno di Danimarca, Stato membro dell’Unione Europea, pur non facendo essa stessa parte dell’UE. Rivendicarla significa quindi rivendicare un territorio europeo. Se questa logica viene accettata, perfino i confini di un alleato cessano di essere protetti dal diritto internazionale: verrebbe meno il principio stesso di alleanza tra Stati sovrani. È privo di fondamento sostenere che si debba possedere un territorio per difenderlo. L’ampia rete di basi americane nel mondo funziona da sempre attraverso accordi e alleanze, non mediante annessioni.
Non a caso il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha appena dichiarato pubblicamente, a fianco della premier danese Mette Frederiksen: «Ora stiamo affrontando una crisi geopolitica e, se dobbiamo scegliere tra Stati Uniti e Danimarca qui e ora, scegliamo la Danimarca». E ancora: «La Groenlandia non vuole essere di proprietà degli Stati Uniti. Non vuole essere governata dagli Stati Uniti. Non vuole far parte degli Stati Uniti».
Una linea europea già tracciata
Il 6 gennaio scorso, i principali leader europei – Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna, Regno Unito e Danimarca – hanno firmato una dichiarazione congiunta che afferma un principio chiaro: la sicurezza dell’Artico deve essere garantita collettivamente, nel quadro della NATO e del diritto internazionale, e la Groenlandia appartiene al suo popolo. Questa presa di posizione è ancora più rilevante alla luce della nuova strategia di sicurezza dell’amministrazione Trump, che riduce il ruolo dell’Unione Europea come partner strutturale e privilegia rapporti bilaterali, rendendo i singoli Stati più vulnerabili a pressioni asimmetriche. Ora questa linea politica deve tradursi in azione.
L’Artico non è un vuoto giuridico
L’Artico nord-atlantico non è uno spazio senza regole. Dal 1951 esiste un accordo di difesa tra Stati Uniti e Danimarca che disciplina la presenza militare americana in Groenlandia all’interno della NATO. A questo si aggiungono la Convenzione ONU sul diritto del mare, il Consiglio Artico e numerosi accordi su ricerca, ambiente e sicurezza. Nessuno di questi consente l’appropriazione di territori. La pretesa di Trump non nasce in un vuoto giuridico, ma contro un sistema di regole già esistente.
Presentare l’operazione come un “acquisto” o una “protezione” non ne cambia la natura. È la stessa logica che giustifica annessioni e aggressioni: ciò che conta è il valore strategico di un territorio, non la sovranità di chi lo abita. È la politica del fatto compiuto che sostituisce quella del diritto.
Un popolo, non una pedina
C’è poi la dimensione umana. La maggioranza dei groenlandesi è composta da Inuit, un popolo indigeno. In caso di incorporazione negli Stati Uniti, entrerebbero in un sistema storicamente segnato da profonde disuguaglianze razziali. La storia americana, dalle riserve indiane alle politiche di segregazione, mostra quanto queste dinamiche siano reali. L’ideologia MAGA, suprematista, nazionalista, ostile ai diritti delle minoranze, rende questo rischio concreto, mettendo in discussione diritti collettivi e identità politica della popolazione della più grande isola del mondo.
Una sfida dal cuore dell’Occidente
Per l’Europa questo è un punto di non ritorno. Per troppo tempo si è pensato che le minacce all’ordine mondiale venissero solo dall’esterno. Oggi arrivano dall’interno dell’Occidente. Il futuro della Groenlandia può essere deciso solo dai groenlandesi, non negoziato tra potenze. Accettare che la Groenlandia diventi una “questione negoziabile” sotto pressione strategica, con minacce o ricatti, significa trasformare l’Unione Europea da comunità di Stati sovrani in una zona esposta alle pressioni delle grandi potenze. In prospettiva, significa accettare che la forza possa cancellare ciò che il diritto aveva stabilito.
L’Europa deve quindi osare molto di più. La risposta non deve essere antiamericana, ma deve essere europea. Rafforzare l’autonomia dell’Europa non significa rompere l’alleanza atlantica, ma renderla più equilibrata e prevedibile. Una posizione europea ferma, che rifiuti qualsiasi annessione o “acquisto” e garantisca al tempo stesso la sicurezza della Groenlandia e dell’Artico, potrebbe anche rivelare che la minaccia di Trump di mettere in crisi la NATO è soprattutto uno strumento di pressione negoziale. In un mondo multipolare, solo alleanze fondate su regole condivise possono essere stabili.
Agire subito, con gli strumenti che già esistono
L’Unione dispone degli strumenti per agire. La cooperazione rafforzata consente a un gruppo di Stati membri determinati di procedere insieme senza unanimità, superando i tempi lunghi normalmente richiesti per l’adozione di nuove politiche comuni. Applicata all’Artico, all’interno della NATO, può creare uno spazio di sicurezza e cooperazione capace di scoraggiare iniziative unilaterali e fatti compiuti.

Su questa base, un nucleo di Paesi europei (non solo volenterosi ma determinati) può avviare subito un’iniziativa verso la Groenlandia, con il pieno coinvolgimento della Danimarca, e verso l’Islanda, nodo strategico della stessa regione, costruendo un quadro stabile di cooperazione nord-atlantica. Non si propone alcuna imposizione di sovranità, ma una rete di accordi, consultazioni e garanzie giuridicamente vincolanti.
Parallelamente, l’UE dovrebbe rafforzare il partenariato con il Canada – tanto più alla luce delle recenti dichiarazioni di Trump sul “51° Stato” – e coinvolgere il Regno Unito, ponte naturale tra Europa e Stati Uniti grazie alla sua storica special relationship, per rendere più solido ed equilibrato il pilastro europeo dell’alleanza. Questo rafforzamento dei legami nord-atlantici mira a creare un polo di stabilità attraverso il coinvolgimento locale e un dialogo globale fondato su regole condivise.
La nuova frontiera della competizione mondiale
Non si tratta di idealismo geopolitico. È una risposta razionale a un cambiamento oggettivo causato dal riscaldamento globale: lo scioglimento progressivo dei ghiacci artici, che sta aprendo nuove rotte commerciali, nuove risorse e nuove vulnerabilità strategiche. Proprio il fenomeno che Trump e il mondo MAGA minimizzano o contestano per tutelare interessi fossili di breve periodo è ciò che rende l’Artico una delle grandi frontiere del XXI secolo, uno dei grandi spazi decisivi del mondo contemporaneo: rotte, risorse, basi militari, clima. Chi controlla la Groenlandia controlla un nodo cruciale di questo nuovo equilibrio globale. Se l’Europa rinuncia a contare lì, rinuncia a contare sul futuro delle regole che governeranno questo spazio.
Il multilateralismo, se vuole sopravvivere, deve essere globale: non un club di pochi, ma un sistema di regole condivise. La Groenlandia è il banco di prova di questa scelta. Se l’Europa non agisce ora, non perderà solo un territorio: perderà la capacità di difendere l’idea stessa di un ordine internazionale fondato sul diritto e sulla dignità di ogni Stato.
In questo passaggio storico, l’Europa ha dunque un ruolo unico: all’interno dell’Alleanza, con l’iniziativa convinta degli Stati più determinati e risoluti, guidare una risposta politica rapida, al tempo stesso ferma e aperta al dialogo, capace di contenere la deriva del potere senza regole prima che essa produca nuove e più gravi fratture globali. Dialogo, finché possibile; regole, sempre.
E questo sforzo non riguarda solo i governi: anche le società civili europee e nord-atlantiche sono chiamate a far sentire la propria voce, perché in gioco non c’è solo la Groenlandia, ma il destino stesso di un ordine mondiale fondato sul diritto e sulla dignità umana.
Pubblicato su VITA