TRA SILENZI E PAURA: COSA RACCONTANO LE NOTIZIE

18 Maggio 2026

C’è una domanda che resta, dopo aver letto la ricostruzione dell’omicidio a Taranto di Bakary Sako, 35 anni, permesso di soggiorno regolare, bracciante: perché questa notizia non è diventata subito un caso nazionale?

Un uomo viene inseguito, picchiato, accoltellato e lasciato morire in strada, alle cinque di mattina, da un gruppo di italiani giovanissimi, alcuni minorenni. Non per una lite, non per un regolamento di conti. Perché era nero. Due mondi si incrociano: chi chiude la notte di svago e chi apre una giornata di lavoro duro, spesso segnato da condizioni di sfruttamento.

Eppure, la notizia è rimasta a lungo ai margini. Qualche riga nelle pagine di cronaca, titoli bassi, nessuna vera centralità nel dibattito pubblico: per trovarla bisognava cercarla. Non tutti i giornali e non tutti i telegiornali l’hanno ignorata; ma, nel complesso, ha prevalso un’attenzione debole, intermittente, sproporzionata rispetto alla gravità dei fatti. Così un omicidio è scivolato sullo sfondo.

Non è la prima volta. E soprattutto, non è più un’eccezione. Dieci anni fa le immagini dei morti nel Mediterraneo scuotevano il Paese. Oggi, quando arrivano, scorrono ma non fanno più effetto. La morte di uno straniero, perfino di un bambino, sembra aver perso la capacità di indignare collettivamente. È diventata, in qualche modo, un fatto previsto, quasi normale.

Questo cambiamento non è neutro. L’indifferenza non resta mai tale: prepara il terreno. In quello spazio, la paura – soprattutto quella del diverso – prende forma, viene organizzata, indirizzata e trasformata in racconto. Non è più soltanto una reazione ai fatti: diventa un meccanismo. Quando entra nel circuito pubblico, seleziona ciò che conta, stabilisce chi fa notizia e chi no.    

Quando un fatto di cronaca coinvolge uno straniero come autore, il circuito mediatico si accende immediatamente: titoli di apertura, talk show, dichiarazioni. Quando la vittima è straniera, o semplicemente percepita come non pienamente “italiana”, il volume si abbassa, il racconto si restringe, l’indignazione si attenua. Il fatto perde valore simbolico e sparisce.

Non è solo razzismo esplicito. È anche il risultato di un lavoro più lungo, più sistematico. Da tempo esiste una parte dell’informazione che non si limita a raccontare la realtà, ma la seleziona e la deforma in funzione di un obiettivo politico. Oggi questa logica è più pervasiva, più accettata, quasi normalizzata, perché intercetta ciò che funziona: paura, risentimento, ostilità verso chi è percepito come diverso.

Non costruisce solo consenso: costruisce un clima emotivo permanente. E dentro quel clima, i fatti contano sempre meno: conta l’effetto che producono. In questo modo alcune notizie vengono amplificate, altre ridimensionate o lasciate scivolare. Non per la loro gravità, ma per la loro utilità narrativa. Si afferma così un racconto semplificato: da una parte “noi”, dall’altra “loro”. Non importa più capire i fatti, ma riconoscere da che parte stare. Il dato forse più preoccupante è proprio questo: anche forze politiche che si sono richiamate a valori di solidarietà e inclusione appaiono oggi esitanti, prudenti, talvolta silenziose. Più attente a non esporsi che a sostenere ciò in cui credono. Meno coraggio, meno chiarezza, più rinvii.

In questo clima, l’“identità italiana” è diventata un mantra. Ma spesso è un’identità costruita per esclusione piuttosto che per condivisione. Non la si rafforza, la si deforma riempiendola di divisioni, rancori, chiusure. Fino a contrapporla persino al percorso europeo, come se apertura e appartenenza fossero incompatibili.

Eppure, l’Italia reale è già diversa. È fatta di pluralità, di incroci, di storie che si intrecciano ogni giorno. Semplicemente più avanti del racconto che se ne fa.

Esiste anche un’altra Italia. Un’Italia che non ha paura, che riconosce i cambiamenti e prova a gestirli, dentro le comunità, con responsabilità. Un’Italia che ogni giorno costruisce convivenza, spesso in silenzio. Ma è un’Italia che fa meno rumore e si vede meno, anche perché non la si vuole vedere: non serve a costruire paura né consenso.

Un Paese serio non sceglie per chi indignarsi. Un’informazione seria non seleziona le vittime. Se lo fa, smette di descrivere la realtà e comincia a deformarla. E quando è la paura a guidare il racconto, non è solo la realtà a cambiare: cambia il modo in cui pensiamo, giudichiamo e decidiamo.