Mia intervista a VITA
Nino Sergi e Kostas Moschochoritis, presidente emerito e direttore generale di Intersos, sono gli autori del focus book di VITA “Se vuoi la pace, prepara la pace. Perché oggi serve una nuova politica della pace”. «Bisogna prendere le distanze da due equivoci», spiega Sergi. «Da una parte, pensare che la pace possa essere affidata soltanto a un generico pacifismo, dall’altra credere che la sicurezza dipenda essenzialmente dall’accumulazione di armamenti. La pace non è soltanto un’aspirazione morale. È una costruzione politica, giuridica, economica, culturale e civile»
di Redazione – 18 settembre 2026
Nino Sergi e Kostas Moschochoritis, presidente emerito e direttore generale di Intersos, sono gli autori del focus book di VITA Se vuoi la pace, prepara la pace. Perché oggi serve una nuova politica della pace. Un saggio che, anche a partire dall’esperienza umanitaria maturata nei contesti di guerra e di crisi, riflette su come ripensare la sicurezza e costruire una politica della pace, in un mondo sempre più segnato dalla logica della forza. Abbiamo posto alcune domande a Nino Sergi.
Il titolo del vostro saggio rovescia il noto principio Si vis pacem, para bellum. Perché oggi ritenete necessario affermare: “Se vuoi la pace, prepara la pace”?
Perché la guerra è tornata al centro della storia e rischia di essere considerata non più come il fallimento della politica, ma come uno strumento ordinario delle relazioni internazionali. L’invasione dell’Ucraina, la tragedia di Gaza, le guerre dimenticate in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo e altrove, insieme alla crescita delle spese militari, stanno cambiando profondamente il clima internazionale. Prepararsi alla guerra può talvolta dissuadere, ma non costruisce la pace. La pace va pensata, preparata e perseguita con almeno la stessa determinazione con cui ci si prepara alla guerra.
Non c’è il rischio che questa posizione venga considerata idealistica o poco realistica?
Il saggio prende le distanze da due equivoci opposti. Da una parte, pensare che la pace possa essere affidata soltanto ai buoni sentimenti o a un generico pacifismo. Dall’altra, credere che la sicurezza dipenda essenzialmente dall’accumulazione di armamenti e dalla deterrenza. La pace non è soltanto un’aspirazione morale e non è la semplice assenza di guerra. È una costruzione politica, giuridica, economica, culturale e civile, che richiede istituzioni, responsabilità e lungimiranza. In un mondo armato, interdipendente e vulnerabile, la pace è il realismo più necessario: il realismo della sopravvivenza.
Anche alla luce della vostra esperienza in Intersos nei contesti di guerra e di crisi, perché oggi la sicurezza deve essere ripensata?
Perché le grandi sfide del nostro tempo attraversano ogni confine. Guerre, clima, crisi energetiche e alimentari, migrazioni e trasformazioni tecnologiche non possono essere affrontati da un singolo Stato, per quanto potente. La difesa resta legittima, ma la sicurezza non può essere ridotta alla sola dimensione militare. Deve comprendere diritto, diplomazia, prevenzione dei conflitti, cooperazione internazionale, riduzione delle disuguaglianze. La sicurezza, oggi, o è condivisa o rischia di non essere sicurezza per nessuno.
Nel libro attribuite grande importanza al diritto internazionale. Ma le guerre in corso non ne dimostrano il fallimento?
Ne mostrano piuttosto la fragilità e quanto sia pericoloso perderlo. Dopo le tragedie del Novecento, la Carta delle Nazioni Unite, il divieto dell’uso della forza e le istituzioni multilaterali hanno rappresentato il tentativo più avanzato di fondare la convivenza tra i popoli sulla forza del diritto anziché sul diritto della forza. Oggi si stanno indebolendo regole e istituzioni che per decenni hanno posto limiti all’uso della forza. È quella che nel saggio definiamo una progressiva de-costituzionalizzazione dell’ordine internazionale: quando le regole perdono forza, torna a prevalere la forza senza regole. La risposta non può essere abbandonare il diritto, ma rafforzarlo e rendere più efficaci le istituzioni multilaterali.
Come affrontate nel saggio le guerre in Ucraina e in Medio Oriente?
L’invasione dell’Ucraina viola il principio fondamentale che vieta l’aggressione armata contro uno Stato sovrano. Difendere quel principio è quindi necessario. Ma nessuna guerra può trovare una conclusione stabile senza una prospettiva politica capace di condurre dal cessate il fuoco a una pace giusta e duratura. Quanto a Israele e Palestina, occorre rifiutare le letture unilaterali e riconoscere insieme il diritto di Israele alla sicurezza e quello del popolo palestinese a vivere libero e con dignità in uno Stato indipendente. Nessuna sicurezza può essere costruita sulla negazione dell’altro. Una pace duratura richiede il reciproco riconoscimento dei diritti e della comune dignità.
La corsa agli armamenti e l’intelligenza artificiale stanno cambiando anche il volto della guerra. Quali scenari si aprono?
L’aumento delle spese militari viene spesso presentato come una risposta inevitabile all’insicurezza. Ma gli armamenti possono dissuadere o contenere una minaccia: da soli non eliminano le cause dei conflitti e non costruiscono convivenza. Nell’era nucleare la deterrenza resta un equilibrio fragile, a cui si aggiungono i rischi dell’intelligenza artificiale applicata ai sistemi d’arma, che può sbagliare o ridurre il controllo umano sulle decisioni. Occorrono nuovi accordi sul controllo degli armamenti, percorsi verificabili di disarmo e, soprattutto, la garanzia di un effettivo controllo umano sulle decisioni di vita e di morte. L’intelligenza artificiale offre straordinarie opportunità nella conoscenza, nella salute, nell’educazione e nel lavoro, ma può anche accrescere disuguaglianze, manipolazioni e concentrazioni di potere. La vera questione non è fin dove potrà spingersi l’intelligenza delle macchine, ma se l’umanità saprà governare questa trasformazione senza smarrire il senso della dignità della persona, della libertà, della responsabilità e del controllo democratico. Anche questa è ormai una questione di pace.
Quale ruolo dovrebbe svolgere l’Europa?
L’integrazione europea è uno dei più importanti progetti storici di superamento della guerra attraverso la cooperazione. Oggi l’Europa deve assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza, rafforzando la difesa e l’autonomia strategica. Ma questo non basta. Deve sviluppare una più forte iniziativa politica e diplomatica, contribuire alla prevenzione dei conflitti e al rafforzamento del diritto internazionale e del multilateralismo. Il rischio è che diventi una spettatrice armata: più forte sul piano militare, ma incapace di esercitare un’autonoma funzione politica al servizio della pace.
La costruzione della pace riguarda soltanto i governi e le istituzioni internazionali?
No. Riguarda anche la società civile. L’esperienza di Intersos nei contesti di guerra mostra che, dietro le strategie e gli equilibri geopolitici, ci sono vite spezzate, famiglie costrette a fuggire, comunità disgregate, scuole e ospedali distrutti. Per questo nessuna architettura politica può reggersi senza una cultura della pace condivisa dai cittadini. Questa cultura si costruisce con l’educazione, l’impegno civile, un’informazione responsabile. Anche il linguaggio è decisivo: ogni guerra è preceduta e alimentata da parole che semplificano, demonizzano e trasformano l’altro in una minaccia assoluta. Per questo il primo disarmo necessario è quello del linguaggio, per impedire che propaganda e odio rendano il conflitto sempre più pensabile e il dialogo impossibile. Si costruisce inoltre con il dialogo tra culture e religioni, la capacità di contrastare la paura e la disumanizzazione dell’altro e di riconoscere la dignità di ogni persona. È anche una risposta all’individualismo che restringe il nostro orizzonte al solo interesse personale e indebolisce il senso della reciprocità e del bene comune.
Qual è, in definitiva, il messaggio che vorreste lasciare ai lettori?
Preparare la pace significa assumersi la responsabilità del futuro. È questa una delle grandi prove della politica del XXI secolo. Il compito è creare le condizioni perché i conflitti non diventino guerre: costruire sicurezza condivisa, rafforzare la cooperazione, governare insieme le grandi trasformazioni del nostro tempo. La pace non è un’utopia né una pausa tra due guerre. È una necessità storica e la condizione della nostra comune sopravvivenza. Preparare la guerra può talvolta dissuadere. Ma solo preparare la pace può rendere la guerra meno probabile, meno utile e meno pensabile.