NO A UNA ITALIANITA’ IMPAURITA CHE SI DIFENDE DAI BAMBINI

20 Settembre 2026

Oggi la presidente Meloni, parlando ai giovani di Fratelli d’Italia, ha detto: «In Italia non deve esserci una scuola di serie A e una scuola di serie B. Non devono esistere scuole destinate ad alcuni e scuole precluse ad altri. I licei e gli istituti tecnici professionali sono i pilastri di un sistema che cresce solo se si tiene insieme. Uguaglianza significa garantire a tutti le stesse condizioni di partenza».

Parole giuste. Che però contrastano profondamente con quelle pronunciate subito dopo.

La presidente del Consiglio ha annunciato un provvedimento – in parte anticipato dalle indicazioni del ministro Valditara – che introdurrà un numero massimo di studenti stranieri per classe, l’obbligo per i genitori di studenti stranieri con gravi problemi di inserimento di imparare l’italiano e il divieto di burqa e niqab a scuola. E ha aggiunto: «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Non si può fare».

Sono parole che considero gravi. E mi addolora che siano pronunciate dalla presidente del Consiglio del mio Paese. Non perché nella scuola italiana non esistano problemi di integrazione. Esistono. La conoscenza dell’italiano è fondamentale; concentrazioni eccessive di alunni che ancora non conoscono bene la lingua possono in alcuni casi creare difficoltà; le famiglie devono essere coinvolte nel percorso educativo; il volto coperto pone problemi di identificazione e di relazione che la scuola deve poter affrontare con regole chiare.

Ma proprio perché i problemi sono seri, non possono essere deformati o ingigantiti.

Il burqa propriamente detto – quello che copre integralmente il corpo, il volto e anche gli occhi con una griglia di tessuto – non risulta essere mai comparso nelle aule scolastiche italiane. Del niqab, che lascia invece scoperti gli occhi, sono stati documentati pochissimi casi, circoscritti soprattutto al 2024 e al 2025. A Pordenone il caso di una bambina fu risolto nell’arco di un giorno; a Monfalcone riguardò quattro-cinque studentesse. Non risultano oggi elementi che permettano di descrivere il niqab come un problema presente e diffuso nella scuola italiana. Perché allora evocare burqa e niqab davanti a una platea di giovani come uno dei problemi della nostra scuola?

Ma c’è qualcosa che considero ancora più grave. È l’immagine dei «bambini italiani diventati minoranza». Minoranza rispetto a chi? Rispetto ai loro compagni di banco? A bambini che magari sono nati nello stesso ospedale, abitano nello stesso quartiere, parlano la stessa lingua, tifano per la stessa squadra, frequentano la stessa scuola? Bambini e ragazzi che vivono in Italia e che, in grandissima parte, qui costruiranno la loro vita?

Sono ragazze e ragazzi con origini transnazionali. Molti sono nati e cresciuti qui. Alcuni sono già cittadini italiani, altri lo diventeranno. E tutti, se sapremo costruire integrazione invece di divisione, potranno contribuire al futuro del Paese. È la realtà sulla quale ho cercato di riflettere anche nel mio libro Non più stranieri, non ancora italiani. Cittadini sospesi. Le nuove generazioni con origini transnazionali: giovani che si sentono sempre più parte della società italiana, mentre troppo spesso continuiamo a rappresentarli come “altri”. E abbiamo bisogno di costruire insieme quel futuro, in un’Italia che invecchia, fa sempre meno figli e vede partire ogni anno molti dei suoi giovani.

Quando a Gattinara frequentavo le elementari, in classe eravamo quaranta. Quaranta. Nei primi tre anni con la maestra Giordano, negli altri due con il maestro Dell’Occhio. Alcuni compagni arrivavano in bicicletta o con la corriera da Lozzolo, Roasio, Casa del Bosco. Parlavamo dialetto. L’italiano era la lingua della scuola e per molti di noi era quasi una lingua straniera. Eravamo veramente pochi a parlarlo abitualmente in casa.

Sarebbe ingenuo dire che non ci fossero problemi. Probabilmente ce n’erano, e forse anche molti. Ma nessuno veniva a dirci che il problema eravamo noi; che alcuni bambini appartenevano più di altri perché a casa parlavano italiano, mentre altri parlavano con i genitori soltanto in dialetto; che qualcuno era maggioranza e qualcun altro minoranza.

I problemi non venivano trasformati in divisioni. Venivano affrontati cercando di integrare di più, insegnare di più, lavorare insieme. E infatti abbiamo imparato l’italiano. Siamo cresciuti in età, conoscenze, educazione e senso di appartenenza alla comunità. Siamo passati alle medie o all’avviamento e non pochi, via via, alle superiori e all’università.

Se qualcuno aveva maggiori difficoltà, non diventava per questo il simbolo di un problema collettivo. Era un bambino da aiutare di più.

La maestra, il maestro, la bidella, il bidello, il direttore, i genitori: c’erano tutti quando un problema si presentava. Quel problema apparteneva alla comunità e la comunità cercava di affrontarlo. Non separando, ma avvicinando. Non indicando chi fosse diverso, ma lavorando perché tutti potessero crescere insieme.

È questo che dovrebbe fare oggi la politica. Pretendere che si impari l’italiano. Evitare – per quanto possibile – concentrazioni scolastiche che rendano più difficile l’integrazione. Chiedere alle famiglie di rispettare le regole. Dare alle scuole insegnanti, mediatori linguistici e culturali, risorse e strumenti adeguati. Intervenire con fermezza quando davvero necessario. Ma non dividere i bambini tra italiani e stranieri, tra maggioranza e minoranza, tra chi appartiene e chi deve sentirsi ospite.

Questo è il punto sul quale le parole della presidente Meloni mi sembrano particolarmente gravi.

Una presidente del Consiglio può e deve affrontare i problemi. Può chiedere regole, responsabilità, rispetto. Può pretendere integrazione. Ma proprio perché è la presidente del Consiglio di tutti, ha una responsabilità in più: unire il Paese, non insegnargli a dividersi. Soprattutto quando parla ai giovani.

L’Italia di domani non sarà più forte se avremo insegnato a un bambino a temere di diventare «minoranza» nella propria classe.

Sarà più forte se saremo riusciti a far crescere quei bambini – qualunque sia l’origine dei loro genitori – sentendosi parte della stessa comunità, rispettando le stesse regole, conoscendo la stessa lingua, riconoscendosi negli stessi diritti e negli stessi doveri.

Questa dovrebbe essere l’ambizione di chi governa l’Italia. Non un’italianità impaurita che si difende dai bambini. Un’Italia abbastanza forte da riconoscerli tutti come parte del proprio futuro.

———- Ho ripreso questi pensieri, approfondendone alcuni aspetti, in un nuovo articolo su VITA: “A scuola non si è maggioranza o minoranza. Si impara a diventare comunità“.