Alberto Trentini è finalmente libero. Dopo 423 giorni di detenzione in Venezuela, fatti di silenzi, attese estenuanti e paure che hanno tenuto con il fiato sospeso la sua famiglia e tante persone in Italia e all’estero, oggi possiamo finalmente gioire. Dopo altri prigionieri politici e ostaggi detenuti dal regime venezuelano, Alberto è stato rilasciato oggi, insieme a Mario Burlò, e può tornare a casa.
È libero e torna a casa! Anche se mi è capitato più volte in passato, in vicende simili, di pronunciare parole come queste, in un grido liberatorio dopo mesi di attesa, è sempre difficile comunicare l’intensità emotiva che portano con sé.
Non è solo la fine di una vicenda individuale. Per Alberto Trentini, operatore umanitario di HI – Humanity and Inclusion (organizzazione internazionale impegnata nell’inclusione delle persone con disabilità, già Handicap International, Premio Nobel per la Pace 1997), si chiude un’ingiustizia che ha al contempo toccato l’intera comunità delle organizzazioni e delle istituzioni umanitarie. Quando viene colpito chi porta aiuto, viene messo in discussione il principio stesso dell’azione umanitaria: la protezione delle persone, la neutralità, il diritto all’assistenza.
È la fine di una tempo sospeso. Per mesi la sua storia è stata una ferita aperta, un tempo di incertezza che ha coinvolto affetti, coscienze, responsabilità pubbliche. Oggi quella ferita comincia finalmente a rimarginarsi.
Attorno ad Alberto si è costruita una rete di attenzione, solidarietà e pressione civile che merita di essere ricordata. Familiari, a partire dai genitori Armanda e Ezio, amici, colleghi, associazioni, giornalisti, semplici cittadini hanno tenuto accesa una luce quando il rischio era che tutto si perdesse nella penombra. La visibilità e la pressione pubblica, insieme al lavoro paziente della diplomazia, sono spesso le uniche leve possibili quando una persona viene privata ingiustamente della libertà.
Per la famiglia di Alberto questo giorno è prima di tutto un ritorno alla vita. Un figlio, una presenza strappata troppo a lungo viene finalmente restituita. A loro va il pensiero più forte, insieme al rispetto per la dignità, la forza e la determinazione con cui hanno attraversato mesi di angoscia senza mai rinunciare alla speranza.
La sua liberazione è anche una buona notizia per il mondo della cooperazione e dell’azione umanitaria. Ricorda che chi opera per i più vulnerabili non dovrebbe mai essere trasformato in un bersaglio o in una pedina politica, come purtroppo sta invece accadendo sempre più spesso nei contesti di crisi. E ricorda che la diplomazia, specie quando sostenuta da una società civile attenta, informata e a sua volta ativa, può ancora aprire varchi.
Ora si apre un tempo diverso e si impone un’altra responsabilità, che riguarda tutti, e in particolare i media e la politica. Alberto non è un simbolo da esibire né una storia da sfruttare. È una persona che ha vissuto una prova durissima e che ha bisogno di calma, di affetti, di normalità, della sua famiglia, dei suoi amici, di uno spazio protetto lontano dalle polemiche politiche, dalle strumentalizzazioni e dalla pressione invadente dei riflettori mediatici. Rispettarlo ora significa anche proteggere questo suo spazio.
Oggi è il giorno della gioia e del sollievo. Ma anche della gratitudine verso chi non ha smesso di cercare una via d’uscita e verso chi, in tante forme diverse, ha tenuto accesa l’attenzione. E resta, per le istituzioni e tutti noi, un impegno: non dimenticare chi è ancora ingiustamente privato della libertà.
Buon ritorno, Alberto. Con la tua liberazione il mondo è ora un po’ più giusto.
Pubblicato su VITA