Il 9/11 Memorial a Ground Zero, con le sue fontane e i nomi delle 2.983 vittime degli attentati incisi sulle lastre di bronzo lungo il perimetro delle vasche, rimane un luogo di memoria e di preghiera. Ma anche di riflessione su come si è risposto a quella tragedia. A venticinque anni da quel giorno, ricordare significa anche interrogarsi su ciò che è accaduto dopo.
Quella tragedia avrebbe potuto spingere verso un mondo più unito e una più forte responsabilità comune. Divenne invece l’inizio di una stagione che contribuì a renderlo più diviso e confuso.
La prima risposta militare fu l’Afghanistan. Colpire Al Qaeda e le sue basi apparve allora una risposta necessaria all’attacco subito. Ma l’intervento si trasformò progressivamente in una guerra ventennale, nella quale la dimensione militare finì per prevalere sulla costruzione politica e civile.
Poi venne l’Iraq. Il 1° maggio 2003, sulla portaerei USS Abraham Lincoln, lo striscione “Mission Accomplished” fece da sfondo all’annuncio di George W. Bush della fine delle principali operazioni di combattimento in Iraq. Quell’immagine è rimasta come il simbolo di una pericolosa illusione: confondere una vittoria militare con la soluzione politica di un conflitto. La guerra era tutt’altro che conclusa e avrebbe lasciato anni di violenza, instabilità e fratture ben oltre i confini iracheni.
La leadership americana, allora pressoché incontrastata sul piano mondiale, non seppe guardare abbastanza lontano, oltre gli interessi e i vantaggi politici immediati. Molti altri leader hanno condiviso questa miopia. E si arrivò a presentare come verità indiscutibili affermazioni che i fatti avrebbero poi smentito, con conseguenze che ancora oggi meritano di essere comprese e valutate.
L’Afghanistan è forse il caso che più permette di capire dove abbia portato quella impostazione. Il 15 agosto 2021, dopo vent’anni di presenza internazionale, risorse ingenti e migliaia di vite perdute, i Taliban tornarono a Kabul. Sono appena trascorsi cinque anni da quel ritorno. Le immagini dell’aeroporto fecero pensare a un crollo improvviso e imprevedibile. Non fu così.
Quel disastro era stato previsto e accompagnato da proposte alternative quando c’era ancora il tempo per cambiare strada. Organizzazioni umanitarie e della società civile avevano segnalato gli errori della strategia internazionale: eccessivo affidamento allo strumento militare, debolezza dell’iniziativa politica, insufficiente ricostruzione civile, distanza tra popolazione e istituzioni, rafforzamento dei Taliban. Il vero interrogativo è perché la politica, pur avendo gli elementi per capirlo, non abbia saputo – o voluto – cambiare strategia.
Già nel 2006 INTERSOS insieme alla rete “Afgana” che esprimeva importanti realtà italiane della società civile denunciavano la continua militarizzazione dell’intervento. La sovrapposizione tra operazioni di guerra, sicurezza, ricostruzione e aiuto umanitario creava ambiguità e minava la fiducia delle comunità. Chiedevamo una verifica dei risultati prima di proseguire sulla stessa strada.
Nel marzo 2007 scrivevamo: «La soluzione militare appare ormai impossibile». Le promesse di ricostruzione e benessere tardavano, le attese degli afgani erano state deluse, l’oppio e il narcotraffico alimentavano illegalità e guerra. E, riferendomi ai Taliban, aggiungevamo: «Meglio trattare ora che farlo dopo essere stati sconfitti». Non significava consegnare loro il paese, ma comprendere che una guerra senza soluzione politica li avrebbe rafforzati e che occorreva negoziare finché era ancora possibile condizionare il processo di riconciliazione.
Nel gennaio 2008, una pre-conferenza della società civile afgana, riunita a Kabul insieme a rappresentanti della società civile italiana, indicò un’altra strada: rafforzare il ruolo dell’ONU e della società civile, separare azione militare e cooperazione, coinvolgere le diverse componenti nel processo di pace, promuovere una conferenza internazionale, investire maggiormente nello sviluppo delle aree rurali e di conflitto. Chiedeva anche di riequilibrare il rapporto, allora di uno a nove, tra risorse civili e militari. Quelle indicazioni furono presentate alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato: l’azione militare doveva tornare a essere uno strumento subordinato a una strategia politica, non il suo sostituto.
Il problema era già evidente: si potevano vincere battaglie e perdere l’Afghanistan. Vittime civili, corruzione, disoccupazione, servizi carenti e istituzioni lontane dalla popolazione alimentavano frustrazione e sfiducia. I Taliban seppero inserirsi in questi vuoti. Senza miglioramenti nella vita quotidiana, la sicurezza delle armi non poteva trasformarsi in stabilità politica.
Nel 2011, alla Conferenza della società civile afgana promossa dalla rete Afgana al CNEL di Roma, si temeva che il ritiro delle truppe diventasse un «lento ma inesorabile abbandono», lasciando ricostruzione e riconciliazione in balia delle forze più oscure e cancellando diritti conquistati.
La proposta non era prolungare la presenza militare, ma trasformare l’impegno internazionale: trasferire responsabilità agli afgani, rafforzare istituzioni e società civile, spostare risorse dal militare al civile e costruire una risposta politica, economica e sociale. È ciò che non è avvenuto.
Quando il negoziato con i Taliban portò all’accordo di Doha del 2020, essi erano in una posizione di forza ben diversa da quella di tredici anni prima. Il ritiro internazionale fu concordato senza che fosse stata costruita una soluzione politica afgana solida. Partite le truppe straniere, lo Stato costruito in vent’anni si dissolse in pochi giorni. Un fallimento prevedibile. I problemi erano conosciuti, gli errori erano stati descritti, le alternative proposte anche nelle sedi parlamentari e internazionali. La cecità politica fu nel continuare troppo a lungo una strada dai limiti già visibili, rinviando il cambio di strategia finché non c’era quasi più nulla da negoziare né da salvare.
È una delle lezioni lasciate dalla stagione aperta dall’11 settembre. Quando la politica non riesce ad affrontare la complessità dei conflitti e a costruire soluzioni, tende ad affidarsi allo strumento militare, più immediato e più facilmente presentabile alle opinioni pubbliche come risposta indispensabile. Ma la forza militare può essere necessaria, entro un mandato legittimo, per garantire sicurezza o contrastare una minaccia; non può sostituire politica, diplomazia, istituzioni credibili, consenso delle popolazioni e risposta ai loro bisogni. Può vincere battaglie e preparare sconfitte politiche.
L’Afghanistan avrebbe dovuto insegnarcelo. E proprio gli errori commessi rendono ancora più forte la responsabilità di non abbandonare il paese e la sua gente, che continua a resistere, e di riportarlo stabilmente nell’agenda politica internazionale, oltre le ricorrenze.
Ricordare le vittime dell’11 settembre significa anche interrogarsi, oggi in particolare, su tutto questo. E chiedersi perché non si vuole imparare dagli errori commessi.
Scritto per VITA